Cosa sono le sessioni aperte di psicodramma?

Chi mi segue, specialmente sui social, mi vede spesso organizzare o pubblicizzare sessioni aperte di psicodramma (condotte da me o da fidati colleghi). Ma di cosa si tratta?

LO PSICODRAMMA è un metodo d’azione in gruppo, ideato da Jacob Levi Moreno (1889-1974) negli anni venti del XX secolo e sviluppato da lui e la moglie Zerka Moreno (1917-2016). Nato in ambito clinico, oggi si declina in vari orientamenti teorici, ma può anche essere utilizzato in ambito educativo e formativo.

Il simbolo dello psicodramma: rappresenta l’incontro con l’altro

Lo psicodramma inizialmente era un “teatro della spontaneità”: infatti consiste nel rappresentare, attraverso l’azione scenica, vicende e pensieri della vita personale e permette l’incontro con l’altro e il cambio di ruolo.

Il metodo di per sè è ludico, favorisce l’espressione spontanea per trovare soluzioni nuove e creative ed essere più flessibili di fronte agli accadimenti dell’esistenza; a trarre beneficio non è soltanto il protagonista che gioco la sua vicenda personale, ma l’intero gruppo, che è chiamato a partecipare e a osservare la scena.

Uno dei grandi effetti dello psicodramma infatti è la catarsi: l’intero gruppo può sentirsi parte del gioco e trovarsi a vivere (o a vedere rappresentate) situazioni che hanno a che fare con la vita di ognuno.

A New York, Moreno impiegò lo psicodramma nel gruppo allargato, chiamato anche large group. Si trattava di un teatro di piazza che prevedeva la libera partecipazione di un gran numero di persone: non tutti conoscevano lo psicodramma, ma queste occasioni erano un modo per avvicinarsi ad esso.

Nelle dinamiche del large group tutti erano in qualche modo coinvolti nella scena e si creava un clima di buon umore e di euforia.

Il modello dello psicodramma moreniano

Arriviamo così alle sessioni aperte di oggi, che sono un modo per continuare la tradizione di Moreno, creando occasioni libere di aderire a un gruppo e potersi avvicinare al metodo, fosse anche per una volta soltanto.

Non più nelle piazze, ma negli studi, le sessioni aperte di psicodramma hanno anche l’obiettivo di promuovere consapevolezza e benessere su più livelli: singolo, gruppo, comunità.

“Un incontro di due:

occhi negli occhi, volto nel volto.

E quando tu sarai vicino:

io coglierò i tuoi occhi,

e li metterò al posto dei miei,

e tu prenderai i miei occhi

e li metterai al posto dei tuoi.

Così io guarderò te con i tuoi occhi

e tu guarderai me con i miei.

Così persino la cosa comune impone il silenzio

e il nostro incontro rimane la meta della libertà:

il luogo indefinito, in un tempo indefinito,

la parola indefinita per l’uomo indefinito.”

J. L. Moreno

Se vi ho incuriositi, seguitemi o contattatemi per sapere quando sarà la sessione aperta di psicodramma più vicina!

Una fiaba per Halloween: la donna scheletro

In molti articoli ho già parlato delle fiabe e dell’importanza che rivestono per la psiche umana: fenomeni collettivi, sono rappresentazioni universali dei meccanismi di crescita della psiche.

Oggi è il 31 ottobre e torno con un articolo su Halloween, festa che tradizionalmente celebrava l’ultimo raccolto dell’anno e il passaggio alla stagione invernale, più buia e fredda, associata anche al mondo degli spiriti e dei morti. Si trattava quindi di un rito di passaggio.

La fiaba che vado a proporre non ha dirette connessioni con Halloween, se non per il fatto che parla di una donna scheletro e che ha a che fare col mondo degli spiriti. Si tratta di una fiaba Inuit, ambientata fra i ghiacci e racconta di una rinascita.

Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L’amo del pescatore scese nell’acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio.
Quando si volse, l’intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
“Ah!”, urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.
Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all’interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.

Ma quando accese la lampada all’olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. “Ecco, ecco”, prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel cacciatore l’avrebbe presa e gettata agli scogli.
All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna, quando c’è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo. La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì un’immensa sete. Si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.
Frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne!”. E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

igloo

Questa fiaba è anche una metafora delle relazioni d’amore: l’incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro è una delle cause che fa fallire molte relazioni.
Quando da parte del pescatore avviene il ritrovamento accidentale del “tesoro”, ovvero la donna nella rete, egli trova molto più di quello che si sarebbe aspettato e non si rende conto che sarà messo alla prova. Limitarsi a sognare l’amore perfetto è facile e c’è immobilità in questa condizione, come se fossimo dentro a un sogno a occhi aperti che può continuare all’infinito. Finchè qualcosa non cade nella rete; può essere anche qualcosa dalla forma insolita, che richiede di iniziare a riflettere sul da farsi. Come gli innamorati che all’inizio di una relazione cercano soltanto la novità e l’ eccitazione, così il pescatore vuole semplicemente trovare di che nutrirsi.

Perchè l’uomo trova la donna scheletro? Perchè ogni cambiamento richiede una piccola morte, anche l’amore: passare da questa immobilità al fatto di sbrogliare la donna dalla sua rete richiede un sacrificio, rappresentato dallo scheletro.
Passare da essere soli alla coppia e poi dall’innamoramento all’amore, richiede di far morire qualche cosa: l’illusione, le aspettative, la bramosia di avere tutto e subito, il desiderio/fantasia di prendere solo il bello, il fatto di non dover pensare ad altro che a sè stessi. L’amore è movimento, paura, fatica: è una corsa verso l’igloo, per poi fermarsi, imparare a restare quando ogni cellula dice “scappa”, perchè in fin dei conti amare significa stare con.

Anche Halloween rappresenta un momento dell’anno di cambiamento, con l’arrivo del freddo e la “morte” dei campi, fino alla rinascita in primavera, seguendo il ciclo naturale di Vita-Morte-Vita.
Il potere trasformativo si vede anche nella storia, attraverso la lacrima e il cuore-tamburo.

La lacrima del pescatore scende nel momento in cui lui sente il proprio dolore e la propria solitudine, significa “ammetto la mia ferita”. Aprire il proprio cuore permette di vedere la propria ferita, toccarla, iniziare a vedere come questa ha condizionato la nostra vita fino a quel momento, e iniziare a curarla. Non è mai l’altro, il nostro oggetto d’amore, a guarirci, e non è giusto aspettarselo.

Il tamburo fatto con il cuore apre a uno stato di trance, è un richiamo e una meditazione profonda che apre a nuove consapevolezze e ci permette di amare appieno, senza riserve, senza sarcasmo né protezionismo. Quando un uomo come il pescatore dona tutto il suo cuore, egli diventa di una forza della natura ed è investito di poteri femminili, ovvero porta con sè i semi di una nuova vita, ed è così che la donna scheletro si trasforma in un essere vivente.
Dice a riguardo Clarissa Pinkola Estes, che parla di questa fiaba nel suo libro Donne che corrono coi lupi: “il dono del corpo è uno degli ultimi delle fasi dell’amore, così come dev’essere. Non accettate l’amante che subito vuole il corpo, insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Fare l’amore è rimescolare spirito e carne, spirito e materia. Per amare dobbiamo fare l’amore con la strega”.

Le “male parole”

Ho letto una massima su Facebook, che mi ha molto colpita, e diceva circa:

Quando una persona ti insulta non te la prendere, non parla di te, invece dice molto di sè stesso.

A volte succede proprio questo: siamo noi i nostri peggiori giudici, e capita di proiettare su qualcun altro il nostro lato peggiore (o quello che riteniamo essere tale).

Vorrei fare un piccolo esempio, tratto dal film Mona Lisa Smile; purtroppo non ho trovato un video in italiano.

In questa scena troviamo Giselle (l’attrice Maggie Gyllenhaal), che torna nella sua stanza al college, dopo aver passato un weekend di passione con un uomo sposato. Betty (Kirsten Dunst), sposata da poco, inizia a giudicarla con toni e parole molto aspre. Ma Giselle ha visto, durante questo week end, il marito di Betty con un’altra donna, e la lascia sfogare, sapendo che l’amica sta manifestando la sua rabbia e il suo dolore verso questo matrimonio privo di amore.

La rabbia, l’aggressività, gli insulti, possono nascondere un dolore interiore o un giudizio verso… sè stessi! E’ importante riconoscere ed esprimere in modo adeguato la propria rabbia, che rischia altrimenti di diventare una bomba inesplosa.