Sostegno psicologico via Skype

Le nuove tecnologie permettono di abbattere le distanze per chi non può presentarsi in studio.

Svolgo abitualmente attività di sostegno psicologico anche su Skype, in modo conforme alle linee guida per le prestazioni psicologiche via internet e a distanza.

Ogni appuntamento va prima concordato telefonicamente al numero 3331496538
o via email all’indirizzo torinopsico@gmail.com.

Il prezzo della salute mentale, ovvero: quanto mi costa lo psicologo?

Dicembre, periodo di spese natalizie e di legge di bilancio. In queste meritate vacanze, la richiesta di supporto psicologico aumenta: sapevate che il Natale è una causa di stress?

Ma quanto costa uno psicologo?

In Italia lo psicologo è un professionista della salute mentale che può operare in ASL o come libero professionista presso studio privato. Entrambe le opzioni hanno pro e contro: lo psicologo in ASL costa meno, ma c’è meno flessibilità nel fissare giorni e orari delle sedute, spesso c’è una lunga lista d’attesa e i percorsi sono solitamente brevi (in alcuni casi sono previsti dei pacchetti di sole 8 sedute). In studio privato si paga di più (quanto, dipende dal singolo professionista) ma c’è più flessibilità, non c’è lista d’attesa, la durata del percorso si può concordare insieme e le fatture sanitarie sono detraibili al 19%, per cui in parte si rientra della spesa.

Novità di questo mese: la nuova Legge di Bilancio del 23/12/2019, art. 1 commi 679 e 680, prevede che dal 1 gennaio 2020 le spese sanitarie presso professionisti privati (ovvero non convenzionati con il SSN) per essere detraibili debbano essere pagate con un metodo tracciabile. Questo significa che soltanto chi intende scaricare al 19% le fatture dello psicologo non potrà più pagare in contanti.
Alcuni metodi alternativi sono: bonifico bancario, satispay, carta bancomat o carta di credito, assegno bancario.

A causa dei limiti del SSN, non tutti coloro che ne hanno bisogno riescono a usufruire dello psicologo dell’ASL, ma contemporaneamente non possono permettersi uno psicologo libero professionista, oppure la spesa viene sovrastimata e così la domanda non si viene a creare. Per ovviare ai limiti del Sistema Sanitario, alcuni privati si sono uniti insieme nel creare occasioni d’incontro, uniti dalla convinzione che la salute mentale sia un diritto di tutti, non un privilegio per pochi.

Ad esempio io faccio parte dell’iniziativa Psicoterapia Aperta – la rete della psicoterapia accessibile, mettendo a disposizione un posto per sostegno psicologico a tariffa calmierata. Inoltre durante l’anno organizzo eventi gratuiti o a basso costo, solitamente gruppi di psicodramma o di scrittura, per permettere a tutti di avvicinarsi alla psicologia e di regalarsi un momento di benessere.

Il tempo è denaro, e questo vale anche per una seduta dallo psicologo

Ma quindi, quanto costa lo psicologo?

Come ogni cosa, dipende dal valore che si dà alla salute mentale; sicuramente, costa di più non prendersi adeguatamente cura di sè, facendo scelte sbagliate, shopping compulsivo, prendendo farmaci contro l’ansia o per riuscire a dormire… Può costare meno che andare dal parrucchiere una volta la settimana.

La mancanza di soldi, come la mancanza di tempo, spesso sono ottime argomentazioni per chi ha delle resistenze a iniziare un percorso psicologico, ma in generale a cominciare qualsiasi cambiamento su di sè: un discorso simile vale anche per le diete, lo sport, la palestra, un hobby.

Insomma, in questo periodo di crisi se lo psicologo costa troppo ci sono anche delle valide alternative. La domanda vera non è “quanto costa lo psicologo“, ma “quanto mi costa andarci?“.

“Smisurata Preghiera” di De Andrè: lettura psicologica

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità

Chi è che viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione? In certi momenti della vita tutti ci sentiamo così, eppure farei un distinguo.

A volte è una spinta un po’ narcisistica a farci pensare di essere soli contro tutti, gli unici ad aver capito il problema, e allora ci ammantiamo di una disperazione “speciale”, che sta a significare: io non sono come tutti gli altri. Non si tratta necessariamente di una cosa negativa, nelle giuste dosi è anche sana e individuativa, ovvero spinge a trovare sè stessi: in adolescenza è un fenomeno comunissimo.

Prendiamo come esempio il termine “pecora nera”: di base ha un’accezione negativa, ma la situazione si ribalta nel momento in cui si considera il gregge di pecore bianche tutto uguale e quindi “poco speciale”. Qui si innesca un fenomeno di confronto tra maggioranza e minoranza, l’ingroup contro l’ outgroup. E così siamo arrivati alla parte della canzone in cui “la maggioranza sta”.

Il secondo distinguo su chi può viaggiare in direzione ostinata e contraria riguarda proprio queste voci fuori dal coro, le pecore nere contro la maggioranza.

Esattamente come canta De Andrè, andare contro significa esporsi, essere escluso e sottoposto al giudizio. Un esempio recente può essere Greta Thunberg che con il suo movimento verso l’ambiente è andata contro a una società consumistica ed è stata esposta a una gogna mediatica non indifferente. Nella fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” un ragazzino tra la folla rivela la verità: “il re è nudo”.

Ma la verità è spesso scomoda perché spinge a lasciare la strada vecchia per quella nuova e quindi non sappiamo cosa troveremo. Questo porta a desiderare l’abitudine e la sicurezza per evitare l’ansia e l’incertezza, ma così facendo non si troverà mai il cambiamento. Le resistenze possono portare alla caccia alle streghe e non sarà un caso se Greta è stata definita anche una strega. Indietro nel tempo troviamo Galileo che con la sua rivoluzione copernicana è stato accusato di eresia.

È sempre stata dura la strada dei “servi disobbedienti”, ma è l’unico modo “per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”.

Dubito ergo sum

Dubito ergo sum: la mia versione del più famoso detto latino “cogito ergo sum”, penso quindi sono.

Perchè dubitare? Non va contro i buoni propositi di sicurezza, autostima, autoefficacia molto cari alla psicologia? Per rimanere in tema, inizio a dubitarne.

In questo periodo storico vanno per la maggiore le forti prese di posizione, al governo su alcuni temi le idee sono chiare e ferme e questo può rassicurare alcune fasce di popolazione, al di là delle specifiche idee politiche: avere limiti e confini chiari, in ogni ambito, è oggettivamente rassicurante, dà contenimento, si prospetta un’unica strada dritta da seguire.

Niente mi fa più paura di questo.

Elogio al dubbio: quando dubitare significa vedere più di una strada, considerare diverse possibilità, essere curiosi e aperti, farsi domande invece di darsi delle risposte. Darsi la possibilità di cambiare idea e sviluppare un pensiero nel tempo: lo stesso Carl Gustav Jung, che spesso nomino nei miei articoli, cambiava idea molto spesso sulle sue stesse teorie, tanto che leggendo varie opere si possono trovare frasi discordanti se non opposte. Questo perchè quelle di Jung in realtà non sono teorie, ma è un pensiero, e il pensiero è soggetto al cambiamento, così come lo siamo anche noi nelle nostre vite, continuamente. Basta incontrare un amico dopo molto tempo o rileggere un vecchio diario (o riguardare i “ricordi” proposti dai nostri social media!): quella persona ci troverà diversi, che sia nel fisico o nello spirito, o sarà diversa la nostra vita nel lavoro, negli hobby o nelle relazioni, e similmente, rileggendo vecchie pagine, troveremo diversa magari la nostra scrittura, o ci stupiremo dei contenuti e dei pensieri riportati sulla carta.

La psicologia stessa è la professione del cambiamento, quando cambiare è difficile o fa paura. Banalmente (ma non per chi si trova a vivere queste situazioni), rimanere incastrati in un percorso di studio inconcludente, in un lavoro che non ci piace o in una relazione che non ci dà più emozioni o benessere, non è una difficoltà a cambiare? E per cambiare bisogna prima dubitare, mettere in discussione, o peggio ancora, mettersi in discussione.

La salute mentale è spesso definita come una buona capacità a muoversi nel cambiamento e di essere flessibili: dice un detto zen, davanti al vento forte della tempesta, il giunco si piega, la forte e maestosa quercia si spezza.

Ecco la mia riflessione di questi giorni: forse gode di migliore salute psicologica chi dubita, chi è curioso, chi fa e si fa domande. Ma il dubbio, se da un lato predispone al cambiamento, dall’altro espone all’ansia, all’assenza di sicurezza e rassicurazione che solo una strada dritta può dare.

Per cui, se a volte provate un po’ di ansia rispetto ai vostri pensieri e dubbi, non cercate di cacciarla via come una nemica: entrate piuttosto in dialogo con lei, immaginatevela reale e corporea, come una vecchia amica che è tornata a farvi visita, col suo carico di paure, saggezza e di bellezza in dono per voi, dopo aver molto viaggiato. Impariamo dall’ansia, accogliamola come parte normale della vita, sapendo che ha anche aspetti costruttivi. Come quando, prima di un esame scolastico/accademico o di una prova sportiva o una presentazione a lavoro, proviamo quell’ansia che non ci paralizza, ma ci dà la carica per affrontare la performance al meglio.

Ode all’ansia, quando è buona, ed elogio al dubbio e a chi si permette di cambiare opinione. A volte per ritrovarsi bisogna perdersi, abbandonare la via maestra. Usando le parole di Clarissa Pinkola Estès in Donne che corrono coi lupi:
“Se non vai nei boschi, nulla accadrà mai, e la tua vita non avrà mai inizio”.

L’imperatore che amava i draghi

Molti anni fa, ho ascoltato una ragazza che studiava cinese raccontare una storia, da lei sentita a lezione. Non ho le fonti e non so se questa storia abbia un titolo, io l’ho chiamata L’imperatore che amava i draghi.

C’era una volta nella grande e potente Cina un imperatore che amava moltissimo i draghi. Li amava a tal punto che aveva draghi ricamati sulle vesti e sui tappeti, dipinti sulle porcellane e sulle tappezzerie, e il suo stesso palazzo era a forma di drago. I migliori artigiani erano stati convocati per personalizzare gli oggetti nel palazzo e persino il letto, i tavoli e le sedie furono realizzati con l’effigie di un drago. Nell’ impero ben presto si sparse la notizia del suo amore per i draghi, e le voci arrivarono lontano, fino alle orecchie del Grande Drago. Il Grande Drago fu molto compiaciuto e decise di fare un lungo viaggio per andare a conoscere questo imperatore illuminato, che amava così tanto la sua specie. Pensava, il Grande Drago: “Vale certo la pena di conoscere e rendere omaggio a questo imperatore. Chissà come sarà felice, lui che tanto ama i draghi, di ricevere la mia visita, perchè non solo sono un vero drago, ma sono il Grande Drago!” e così partì. Dopo aver volato per molte e molte miglia, si posò sul tetto del palazzo dell’imperatore.

undefined Ora, dovete sapere che il Grande Drago era così chiamato anche per la sua forza e le sue dimensioni, e l’imperatore si accorse subito che un drago si stava dirigendo in volo verso il suo palazzo; terrorizzato, ebbe appena il tempo di nascondersi. Il Grande Drago guardò da una finestra, vide un uomo tremante sotto il letto e stava per chiedergli notizie dell’imperatore, quando notò le vesti decorate con ricami di draghi e le sue scarpe dorate a forma di drago, allora rivolgendosi a lui gli chiese: “Sei tu l’imperatore che ama i draghi?” – “No”, rispose. Allora il Grande Drago continuò: “Sono il Grande Drago e sono venuto da molto lontano per conoscere l’imperatore, di cui ho molto sentito parlare. Tu ti trovi nei suoi appartamenti e sei riccamente vestito con immagini di draghi, non sei tu l’imperatore che ama i draghi?” – “No, non sono io” e l’uomo ancora tremava. Allora il Grande Drago se ne volò via verso casa.

Questa storia, che inevitabilmente ho modificato nei suoi dettagli ma non nei suoi punti fondamentali, ha molti significati possibili.

L’imperatore credeva di conoscere i draghi, li idealizzava, ma non ne aveva mai visto uno da vicino, probabilmente aveva anche il timore di essere divorato. Da un lato quindi potrebbe essere un monito per stare con i piedi per terra, lontano dalle idealizzazioni. Le effigi dei draghi possono essere affascinanti, ma un vero drago in carne e ossa, porta con sè anche aspetti spaventosi.

Questo mi porta a un concetto, il tremendum et fascinans, termine che si usa per descrivere ciò che è sacro e numinoso; ne parlava Rudolf Otto, storico delle religioni e teologo, in ‘Il sacro’. Il drago, che è qualcosa di totalmente altro da noi e dalla nostra esperienza e in alcuni miti viene accostato al divino o comunque al potere imperiale, contiene questo aspetto di tremendo e affascinante, indissolubilmente insieme, e l’imperatore che si va a nascondere lo dimostra. Non credo che l’imperatore della storia fosse un ciarlatano; probabilmente credeva davvero di amare i draghi nel loro aspetto di fascino e bellezza, ma poi si è scontrato con la grandezza del tremendo.

Andando oltre alle riflessioni intellettuali, la pancia, luogo somatico delle emozioni, mi ha ricordato questa storia per un motivo. Quante volte, mi chiedevo, è facile “predicare bene e razzolare male”. E’ facile dire di amare i draghi quando non ne hai mai visto uno, non ti sei mai scontrato col mysterium tremendum et fascinans. Prendendo esempio dalle cose più banali nella vita quotidiana: essere convinti della bontà di alcuni ideali, l’amicizia, la ricerca del dialogo e del confronto costruttivo… poi, nella concretezza dei fatti, un’ombra scura ci fa comportare diversamente. Magari andiamo in chiesa e ripetiamo con convinzione che siamo tutti fratelli, che tutti gli uomini sono uguali, ma nella pratica non riusciamo ad essere sempre all’altezza dei nostri ideali.

Sono esempi terribilmente umani e in cui tutti incorriamo, poichè i santi non si trovano qui sulla Terra. Cosa fare allora, quando il drago viene a cercarci, ed è troppo sacro per riuscire a guardarlo negli occhi? Avere consapevolezza di quanto sta capitando e delle nostre reazioni ed emozioni è già tanto; i più non riconoscono l’ombra nera che muove i fili del nostro agire quando non siamo consapevoli e perdiamo il controllo di noi. Solo allora potremo incontrare il drago e parlare con lui, forse addirittura trovare il suo tesoro, come quelli che tradizionalmente i draghi custodiscono nel mito occidentale: perchè quando c’è consapevolezza, non è più l’ombra nera a tirare i fili e a manovrarci come burattini. Con la consapevolezza, il drago si può persino cavalcare.

Buoni incontri, ognuno col proprio drago.

Il valore della creatività: l’immagine è psiche

Per la psicologia analitica di Jung, l’immagine è molto importante, che sia rappresentata graficamente o con altre tecniche creative (statue, edifici, ecc) o che sia un’immagine onirica, quindi dei sogni notturni, o della fantasia e dell’immaginazione. Per Carl Gustav Jung L’IMMAGINE E’ PSICHE.

“Ogni psicologia che sceglie come sua meta l’anima deve parlare in termini immaginativi”
– J. Hillman

James Hillman (1926-2011) è stato psicoanalista junghiano e più precisamente un originale post-junghiano, fondatore della psicologia archetipica.
Uno dei suoi cambiamenti riguarda il concetto di anima.
Per Hillman L’ANIMA E’ IL LUOGO IN CUI RISIEDONO LE IMMAGINI; quando parla di fare anima significa elaborare immagini, ovvero maneggiare la materia della psiche. Jung stesso scriveva che “ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare” (1979).

La danza di Matisse; è un girotondo intorno al mondo…

Fare anima è un’espressione che Hillman utilizza, ma prende del poeta John Keats, che in una lettera nel 1819 scrive: “Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. Allora scoprirete a cosa serve il mondo”; anche per Keats fare anima significa sviluppare la propria individualità permettendo a MENTE, MONDO E CUORE di interagire fra loro.
Citando Selene Calloni Williams, allieva di Hillman (2013): “Fare anima è un’attività delle profondità […] un viaggio che chiunque può intraprendere […] Fare anima è prendere gli oggetti, le persone, gli eventi e riportarli alla loro natura di ombre, di immagini” e “significa affrontare il viaggio verso la Grande Soglia – che è la terra dell’immaginale.”

John Keats ritratto da William Hilton

E voi avete mai visitato la valle del fare anima?

Io e alcuni colleghi ci proponiamo di fare questo viaggio attraverso le immagini prodotte dal gruppo, nella giornata di domenica 26 maggio a Torino IL FILO DELL’ANIMA. Useremo delle tecniche d’azione che prevedono l’uso della spontaneità e della creatività: psicodramma junghiano, danzamovimentoterapia, la tecnica sociodrammatica Il giornale vivente con l’uso della scrittura creativa e infine il tatadrama, uno psicodramma delle bambole che viene dal Brasile.

La giornata è APERTA A TUTTI, non serve conoscere queste tecniche per poterle utilizzare, anzi: le conosceremo in modo diretto nel qui e ora, facendone esperienza. Per chi vuole provare qualcosa di diverso, per chi vuole una giornata di benessere per l’anima e per la mente.

E’ possibile scaricare la locandina in formato pdf dal sito dell’Ordine Psicologi del Piemonte cliccando QUI.

Vi proponiamo un filo di esperienze, contesti differenti e complementari condotti da Cinzia Beluardo, Fiorenza Ferrua, Tiziana Grasso, Anna Sole Marta, Elisabetta Ranghino: psicologhe, psicoterapeute, psicodrammatiste, e la psicologa danzaterapeuta e psicodrammatista junghiana Sara Bertani.
Il Filo dell’anima è una proposta a cura di Massimo Rini, educatore, conduttore di laboratori teatrali e psicodramma junghiano.

Per informazioni e iscrizioni:
bertani.rini@gmail.com
3471724561
La partecipazione ai laboratori della giornata ha un costo complessivo di 60 euro.