Chi vuol essere Volontario

Fare volontariato significa donare spontaneamente parte del proprio tempo e delle proprie energie ad un progetto o un’opera di carattere sociale, senza scopo di lucro.
Ma quando si rivela veramente preziosa l’opera del volontario?

Non quando mancano i fondi per concretizzare un progetto importante.
Non quando non sappiamo come impiegare troppo tempo libero o vogliamo impegnarci in un’attività che “faccia curriculum”.
Non quando vogliamo salvare il mondo: nessuno di noi è Superman.
Certo, tutte e tre sono motivazioni valide, ma nella mia personale esperienza il volontariato diventa insostituibile quando dà un valore aggiunto che spesso trascende questi aspetti.

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Quando si è veramente disponibili a mettersi in gioco, in un contesto magari difficile, e lo si fa spinti da un tipo di motivazione che si chiama intrinseca, ossia che viene da dentro di noi, allora è possibile creare con le persone che stiamo “aiutando” una relazione autentica, che costituisce una buona base perchè avvenga uno scambio che il più delle volte è reciproco.

Provo a chiarire facendo un esempio. Da qualche anno faccio come volontariato attività di doposcuola con minori (preadolescenti).
Quando ad un certo punto scoprono che non vengo pagata, e che andare da loro non mi serve per ottenere crediti nè altro, rimangono spiazzati, senza parole, per ben… 5 secondi (e chi ha a che fare con i ragazzini sa quanto questo tempo, in realtà, sia lunghissimo!).
La mia stessa presenza serve a trasmettere loro un messaggio: che l’istruzione è importante, che qualcuno tiene al fatto che passino l’anno e che siano curiosi e consapevoli, nelle relazioni tra di loro, come per gli argomenti di scuola o di attualità.

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Nel momento in cui questo messaggio implicito riesce a passare, cambia anche il mio lavoro con loro. Non devo più lottare contro i mulini a vento e cambia il mio ruolo ai loro occhi. Iniziano ad aprirsi, a considerarmi una risorsa per lo studio, e contemporaneamente si accorgono che nonostante la differenza d’età sono un essere umano, e così fioccano le domande sulla mia vita, e i racconti sulla loro.

Quando si viene a costruire questo tipo di relazione, diventa difficile anche capire chi sta aiutando chi; il volontario non ottiene un riconoscimento in denaro, ma diventa un essere umano estremamente più ricco.


Queste sono solo alcune considerazioni personali su un argomento molto attuale e che, evidentemente, mi sta a cuore. Se qualcuno ha esperienze e idee da condividere, vi prego di approfittare dello spazio dato dai commenti, altrimenti chi lo desidera può contattarmi anche in privato.
Grazie.

We want sex

8 marzo, festa della donna.
C’è chi dice che la festa della donna, così come San Valentino, dovrebbe essere celebrata tutto l’anno.
Ma c’è un motivo se questa festa ricorre una volta l’anno, sempre lo stesso giorno: questa ripetitività serve a creare un rito, a dare forza alla memoria. Nel mio caso, è una giornata in cui si concentrano le mie riflessioni sull’argomento.

Oggi leggo molte frasi, sulla rete, di persone che, come me, riflettono sul ruolo della donna nella società occidentale (perchè è sempre bene contestualizzare).
Noto che spesso la donna è celebrata nel suo ruolo di figlia, madre, nonna, zia, moglie, compagna… Questo, per me, è sbagliato nell’ottica della parità dei sessi. Un uomo viene riconosciuto nel ruolo di figlio, padre, nonno, zio, marito o compagno? Assai raramente, e in realtà me ne dispiaccio.
Soprattutto, confuto l’importanza della donna in fatto di procreazione: donna magica, portatrice del segreto della vita, da invidiare e circondare di bambagia. Uomini e donne sono uguali anche sul piano della procreazione, poichè una donna senza un uomo è un ventre sgonfio e inutilizzato, e un uomo senza una donna è un seme lasciato fuori dalla terra, senza acqua e nutrimento.

A volte ci si ricorda che la donna può essere anche lavoratrice: allora si celebrano tutte le donne, le casalinghe, le laureate, le impiegate, le operaie, le libere professioniste, e chi più ne ha più ne metta.
Peccato che una donna lavoratrice, solitamente si carica di un doppio lavoro: il mestiere fuori casa e la cura della casa e della famiglia.
Naturalmente non succede sempre così, e ci sono anche casi fortunati in cui gli uomini si occupano, del tutto o in parte, delle incombenze che riguardano la sfera casalinga.
Ora analizziamo la frase che ho appena scritto: “casi fortunati”. Se vi sembra un termine scorretto, lasciatemi un commento a questo post, e sarò estremamente felice di leggerlo.
CONFUTATEMI, vi prego, ditemi che mi sto sbagliando e là fuori è pieno di veri uomini che cucinano, lavano e rassettano, anche lavorando, anche se vivono con una donna.

“We want sex”. Sex equality. E’ il titolo di un film che ho visto di recente, e che mi ha portata a farmi alcune domande: ora le donne hanno lo stesso trattamento degli uomini sul posto di lavoro? Pari stipendio, stima, diritti? E gli uomini, sentono di avere gli stessi diritti delle donne? I giorni di paternità concessi dal CCLN sono ridicolmente pochi; ma gli uomini se ne lamentano?
Sono voci che fino a me non arrivano; ancora, confutatemi, per favore.

Prendo ad esempio la mia stessa categoria professionale, ovvero gli psicologi.
Si tratta di una professione diventata prettamente femminile, in cui la percentuale di psicologi donne è dominante.
Mi stupisce allora trovare a capo dei consigli regionali e provinciali dell’Ordine degli Psicologi, presidenti uomini in 14 casi su 21. Di questi, il presidente del Consiglio Nazionale è un uomo. Mi stupisce che il presidente di AltraPsicologia, il partito che ha recentemente vinto le elezioni dell’Enpap (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi), sia un uomo.
Non sono stupita per un mancanza di competenze da parte di questi uomini, giammai; semplicemente, per una questione statistica, non sarebbe più probabile trovare tante donne con incarichi di presidenza?