Elementi junghiani nel libro La bussola d’oro

Nei giorni scorsi, dopo tanti anni, ho riletto la trilogia de La bussola d’oro di di Philip Pullman, chiamata Queste oscure materie, e ho trovato, con la conoscenza di oggi, numerosi elementi di ispirazione junghiana!

No, in questi libri fantasy non si parla esplicitamente di psicologia, nè della psicologia del profondo di Carl Gustav Jung, ma in altre vesti ci sono concetti assolutamente junghiani: il daimon, animus e anima, l’ombra, l’IChing.

L’aletiometro, ovvero la bussola d’oro

IL DAIMON

La protagonista, la giovane Lyra Belacqua, vive in un universo parallelo in cui ogni persona nasce con un daimon, un compagno animale unico e per la vita, che ha caratteristiche peculiari e di animale ha solo la forma fisica.

Il daimon è l’anima stessa dell’individuo che assume forma fisica e interagisce con l’individuo e nel mondo. Quando si è bambini, fino alla pubertà, il daimon ha il potere di cambiare forma, non è stabile: Pantalaimon, il daimon di Lyra, assume moltissime sembianze, dalla falena al dragone, e questo perchè la personalità nell’età evolutiva è in costruzione, si sperimenta, si gioca.

Pantalaimon parla con Lyra

L’unica caratteristica che è sempre stabile nei daimon però è il genere: è comune che i maschi abbiano un daimon femmina e le femmine un daimon maschio. Nel libro attraverso un dialogo si esplicita questa osservazione e si dice che sono rarissimi i casi in cui una persona e il suo daimon siano dello stesso genere. Questo richiama prepotentemente i concetti di Animus e Anima di Jung, ovvero l’idea che caratteristiche del femminile siano presenti nel maschio biologico e viceversa. L’Anima in un uomo può manifestarsi come sensibilità e capacità di prendersi cura, mentre l’Animus di una donna può essere quella forza, quel piglio nell’affrontare situazioni e decisioni difficili (nelle fiabe, a volte il principe stesso gioca simbolicamente questo ruolo ed è inteso come la capacità della donna di tirarsi fuori dai guai).

Durante l’adolescenza, il daimon assume una forma stabile, e questo permette di sapere che tipo di persona sei. Riporto un dialogo fra un marinaio e Lyra:

-[…] Prendi la mia Belisaria. Lei è un gabbiano, e questo vuol dire che sono una specie di gabbiano anch’io. Non sono grandioso e splendido, e neppure particolarmente bello, ma sono un vecchio tipo coriaceo, e posso sopravvivere dovunque […] E questa è una cosa che vale la pena sapere, altrochè. Così, quando il tuo daimon si stabilizzerà, tu saprai che tipo di persona sei.

-Ma, e se il tuo daimon si stabilizza in una forma che non ti piace?

-Be’, diventi uno scontento, non ti pare? A un sacco di gente piacerebbe avere per daimon un leone, e vanno a finire con un barboncino. E fino a quando non imparano a essere soddisfatti di quello che sono, sono destinati a rimanere degli irrequieti […]

Tornando al nostro universo, per gli antichi greci il daimon era una realtà psichica, che viveva in intimità con noi e poteva trasmettere messaggi o impulsi attraverso i sogni: ne parla James Hillman nel libro Il codice dell’anima. Nel mito di Er compaiono demoni che sono rappresentazioni del destino dell’individuo, effimere rappresentazioni, compagni d’anima, che agiscono come promemoria e ci ricordano chi siamo.

Jung stesso nel suo libro Ricordi, sogni, riflessioni, afferma di aver sviluppato la psicologia analitica perchè stretto dalla morsa del daimon: una forza reale, che muove all’azione, ma sfugge al controllo della coscienza. Può svolgere la funzione di mediatore fra l’io e l’inconscio e muove le forze creative dell’uomo; ha a che fare con il concetto di vocazione.

I CHING

Nel terzo volume della trilogia siamo nel nostro mondo e compare l’I Ching: si tratta della più antica pratica divinatoria a noi pervenuta e si chiama Libro dei mutamenti, poichè parla del divenire e del cambiamento. Nel testo oracolare dell’I Ching sono presenti 64 figure che rappresentano dei responsi che possono essere combinati in modo potenzialmente infinito, e interpretare l’I Ching significa porre attenzione alle proprie immagini interiori. Jung è stato molto affascinato da questo testo e nel 1949 scrisse la prefazione della prima edizione in inglese.

Nei libri de La bussola d’oro troviamo una scienziata che interroga e interpreta l’I Ching per aiutare Lyra, e il lettore sa che il processo divinatorio ha lo stesso funzionamento dell’aletiometro: a muovere i bastoncini di achillea sono le stesse forze che agiscono sulle lancette della bussola d’oro, ovvero la Polvere o le Ombre che danno il nome alla trilogia (Queste oscure materie).

Le Ombre sono minuscole particelle dotate di consapevolezza, nate con gli esseri umani e che ne guidano il destino, andando contro l’ordine costituito. Jung invece parla di Ombra, e mi chiedo se sia paragonabile come concetto a quello di materia oscura: in entrambi in casi in fondo abbiamo una consapevolezza oscura, che di nuovo sfugge al controllo dell’io.


Tanto ci sarebbe ancora da dire sui simboli e sugli archetipi, ma ho preferito fare una panoramica sintetica e focalizzarmi su uno degli aspetti più interessanti dei libri della Bussola d’oro, ovvero il daimon.

Alla fine Lyra cresce, diventa una adolescente e il suo daimon si stabilizza, diventando… chi ha letto i libri lo sa, per gli altri non faccio spoiler.

Per quanto sia bella e poetica l’immagine dei daimon, la fortuna di non averne uno è che così si può lavorare su di sè, e aggiungere una criniera ai nostri barboncini, fino a vederci trasformati: perchè siamo come decidiamo di essere.

Una fiaba per Halloween: la donna scheletro

In molti articoli ho già parlato delle fiabe e dell’importanza che rivestono per la psiche umana: fenomeni collettivi, sono rappresentazioni universali dei meccanismi di crescita della psiche.

Oggi è il 31 ottobre e torno con un articolo su Halloween, festa che tradizionalmente celebrava l’ultimo raccolto dell’anno e il passaggio alla stagione invernale, più buia e fredda, associata anche al mondo degli spiriti e dei morti. Si trattava quindi di un rito di passaggio.

La fiaba che vado a proporre non ha dirette connessioni con Halloween, se non per il fatto che parla di una donna scheletro e che ha a che fare col mondo degli spiriti. Si tratta di una fiaba Inuit, ambientata fra i ghiacci e racconta di una rinascita.

Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L’amo del pescatore scese nell’acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio.
Quando si volse, l’intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
“Ah!”, urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.
Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all’interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.

Ma quando accese la lampada all’olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. “Ecco, ecco”, prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel cacciatore l’avrebbe presa e gettata agli scogli.
All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna, quando c’è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo. La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì un’immensa sete. Si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.
Frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne!”. E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

igloo

Questa fiaba è anche una metafora delle relazioni d’amore: l’incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro è una delle cause che fa fallire molte relazioni.
Quando da parte del pescatore avviene il ritrovamento accidentale del “tesoro”, ovvero la donna nella rete, egli trova molto più di quello che si sarebbe aspettato e non si rende conto che sarà messo alla prova. Limitarsi a sognare l’amore perfetto è facile e c’è immobilità in questa condizione, come se fossimo dentro a un sogno a occhi aperti che può continuare all’infinito. Finchè qualcosa non cade nella rete; può essere anche qualcosa dalla forma insolita, che richiede di iniziare a riflettere sul da farsi. Come gli innamorati che all’inizio di una relazione cercano soltanto la novità e l’ eccitazione, così il pescatore vuole semplicemente trovare di che nutrirsi.

Perchè l’uomo trova la donna scheletro? Perchè ogni cambiamento richiede una piccola morte, anche l’amore: passare da questa immobilità al fatto di sbrogliare la donna dalla sua rete richiede un sacrificio, rappresentato dallo scheletro.
Passare da essere soli alla coppia e poi dall’innamoramento all’amore, richiede di far morire qualche cosa: l’illusione, le aspettative, la bramosia di avere tutto e subito, il desiderio/fantasia di prendere solo il bello, il fatto di non dover pensare ad altro che a sè stessi. L’amore è movimento, paura, fatica: è una corsa verso l’igloo, per poi fermarsi, imparare a restare quando ogni cellula dice “scappa”, perchè in fin dei conti amare significa stare con.

Anche Halloween rappresenta un momento dell’anno di cambiamento, con l’arrivo del freddo e la “morte” dei campi, fino alla rinascita in primavera, seguendo il ciclo naturale di Vita-Morte-Vita.
Il potere trasformativo si vede anche nella storia, attraverso la lacrima e il cuore-tamburo.

La lacrima del pescatore scende nel momento in cui lui sente il proprio dolore e la propria solitudine, significa “ammetto la mia ferita”. Aprire il proprio cuore permette di vedere la propria ferita, toccarla, iniziare a vedere come questa ha condizionato la nostra vita fino a quel momento, e iniziare a curarla. Non è mai l’altro, il nostro oggetto d’amore, a guarirci, e non è giusto aspettarselo.

Il tamburo fatto con il cuore apre a uno stato di trance, è un richiamo e una meditazione profonda che apre a nuove consapevolezze e ci permette di amare appieno, senza riserve, senza sarcasmo né protezionismo. Quando un uomo come il pescatore dona tutto il suo cuore, egli diventa di una forza della natura ed è investito di poteri femminili, ovvero porta con sè i semi di una nuova vita, ed è così che la donna scheletro si trasforma in un essere vivente.
Dice a riguardo Clarissa Pinkola Estes, che parla di questa fiaba nel suo libro Donne che corrono coi lupi: “il dono del corpo è uno degli ultimi delle fasi dell’amore, così come dev’essere. Non accettate l’amante che subito vuole il corpo, insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Fare l’amore è rimescolare spirito e carne, spirito e materia. Per amare dobbiamo fare l’amore con la strega”.

Il ciglio del lupo

Questo è una breve storia dedicata alle donne, e a quegli uomini che proprio le donne non riescono a capirle anche se vorrebbero, ma anche agli uomini che invece si sentono molto vicini alla sensibilità del femminile.

 

C’era una volta, e c’è ancora, ma già mentre scrivo non è più la stessa, una donna-lupo.

Questa lupa per molti anni è stata abilmente travestita in forma umana, salvo tradirsi nelle notti di luna piena, quando il richiamo della natura selvaggia è troppo forte.

Nel resto del tempo brancolava (e che verbo meraviglioso è mai questo, per indicare il viaggio dei lupi, animali che abitano nel branco) nel buio delle ombre della foresta.

La natura del lupo è giocosa, ma mordace; si tratta di un animale leale, monogamo, coraggioso e dedito alla cura dei piccoli. Si potrebbe dire che il lupo è legato alla famiglia, ma anche che sia simbolo della fiducia.

donna e lupo pandora

Forse prima ti ho spaventato parlando di natura selvaggia, termine che di per sè potrebbe richiamare ciò che è incontrollato, e quindi pericoloso. In realtà la donna-lupo non cerca altro che vivere una vita naturale, nella sua integrità.

Questa lupa  sta imparando il significato del femminile, della forza necessaria ad essere portale di vita-morte-vita. Tra gli esseri umani non insegnano ad essere creature insieme guerriere e accoglienti, mancano i riti per la vita e per la morte, le donne non si tramandano più i loro segreti sul corpo, sugli uomini e sui sogni.

Perchè sono proprio le donne a correre coi lupi? Perchè sono creature intrinsecamente connesse, legate a ciò che è onirico, notturno e ombroso. A ciò che è istintuale, al sentire, che sia col cuore, con i sensi o con l’intuizione.

Alla donna-lupo, quando è giovane e inesperta, manca la saggezza. Deve andare a pungersi il naso con i ricci, impiastricciare le zampe nel fango, correre fino a perdersi, per imparare qualcosa sul mondo, ma soprattutto per imparare a fidarsi del suo sentire.

 

Ma una storia ne chiama un’altra, e così di seguito riporto “Il ciglio del lupo”, inserito da Clarissa Pinkola Estes nel suo Donne che corrono coi lupi.

 

“Non andare nel bosco, non uscire“, dissero. “E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco stasera?” domandò lei.
“C’è un lupo grande grande che mangia le creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio.”
Naturalmente, lei uscì. Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto.
“Hai visto? Te l’avevamo detto” osservarono soddisfatti.
“Questa è la mia vita, e non una favola, stupidi che non siete altro“, disse lei.
“Io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio.”

Ma il lupo che incontrò aveva una zampa imprigionata nella trappola. “Aiutami, oh, aiutami! Ahi, Ahiiii!” urlava. “Aiutami, oh, aiutami! Ti darò la giusta ricompensa.”
Perché così si comportano i lupi in racconti di questo genere. “Come posso essere sicura che non mi farai del male?” chiese lei. Stava a lei porre domande.
“Come faccio a sapere che non mi ucciderai e non lascerai di me le ossa soltanto?” “Domanda sbagliata“, ribatté il lupo. “Devi soltanto credere alla mia parola.” E riprese a urlare e a gemere e a lamentarsi.
“Oh, ahiiiii!Ahiiiii!Ahiiiii! C’è una sola domanda che vale la pena porre, cara ragazza. Oh Ahiiiii!”

“Senti lupo, correrò il rischio. Ecco qua!” e fece scattare la trappola, e il lupo tirò fuori la zampa e lei gliela fasciò con erbe e foglie. “Ah, grazie, cara ragazza, grazie mille”, sospirò il lupo.
E siccome lei aveva letto troppi racconti del tipo sbagliato, si mise a gridare: “Avanti, ora uccidimi pure, e finiamola con questa faccenda”. E invece no, non andò affatto così.
Il lupo le posò la zampa sul braccio. “Sono un lupo di un altro tempo e di un altro luogo”, affermò.
E, strappatosi dall’occhio un ciglio, glielo porse dicendo: “Usalo, e sii saggia. D’ora in poi saprai chi è buono e chi tanto buono non è. Guarda semplicemente con i miei occhi, e vedrai con chiarezza.
Per avermi lasciato vivere, ti permetto di vivere in modo che non si è dato mai. Rammenta, c’è un’unica domanda che valga la pena porre, cara ragazza: dov’è l’anima?”

E così se ne tornò al villaggio, felice di aver salva la vita.
E questa volta quando dissero: “Resta qui come mia sposa”, oppure “Fà come ti dico”, o “Dì quel che ti dico di dire, e resta una pagina bianca come il giorno in cui sei venuta”, prendeva il ciglio del lupo e attraverso quello guardava e vedeva i loro moventi quali mai li aveva visti prima.
E la prima volta che il macellaio pesò la carne, lei guardò attraverso il ciglio del lupo e vide che pesava anche il suo pollice.
E guardò il suo corteggiatore che disse: “Vado così bene per te”, e vide che non andava bene per niente al mondo. E così, e in tanti altri modi ancora, fu salvata, non da tutte ma da molte sventure.
Inoltre, con questa capacità nuova, non soltanto vide l’infido e il crudele, ma iniziò a crescere immensa di cuore, perché guardava ogni persona e la soppesava in modo nuovo attraverso il dono del lupo che aveva salvato.

E vide quelli davvero gentili, e a loro si avvicinò, trovò il suo compagno, e rimase con lui per tutti i giorni della sua vita, seppe distinguere i coraggiosi, e a loro si avvicinò, comprese le persone leali, e a loro si accostò, vide lo smarrimento sotto la collera, e si affrettò ad alleviarla, vide amore negli occhi dei timidi, e a loro si avvicinò, vide la sofferenza sulle labbra tirate, e ne corteggiò il riso, vide il bisogno nell’uomo senza parole, e per lui parlò, vide la fede in profondità nella donna che diceva di non avere fede, e della sua fede si riaccese.
Ogni cosa vide con il suo ciglio di lupo, tutte le cose vere, e tutte quelle false, e quelle rivolte verso la vita, tutte le cose viste soltanto attraverso gli occhi di ciò che pesa il cuore con il cuore, e non con la mente soltanto. Fu così che apprese che è vero quel che si dice, che il lupo è il più saggio di tutti.

Se ascolti con attenzione, il lupo nel suo ululato sempre va ponendo la domanda più importante.
Non dove si troverà il cibo, dove si svolgerà il prossimo combattimento, né dove la prossima danza, ma la domanda più importante onde vedere dentro e al di là e soppesare il valore di tutto ciò che vive:
“Dov’è l’anima? Dov’è l’anima?
Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio. Andate nel bosco, andate. Andate nel bosco, andate.”

 

Questo è solo un esempio delle mille storie che raccontano come si diventa lupe. La Lei in questione, va nel bosco, decide di rischiare  e di fidarsi del lupo, che altri non è se non la sua natura selvaggia. Lì nel bosco, ne trova un pezzetto, un ciglio. E decide di usare quel frammento come una lente, per soppesare lo stato delle cose e la vita condotta fino a quel momento.

 

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Piccola gallery con alcuni disegni di Chiara Bautista

 

Con il tempo, con l’esperienza, anche sbagliando (poichè fu salvata da molte sventure, ma non da tutte), crebbe immensa di cuore, saggia… e nella sua nuova saggezza da lupa, si faceva delle domande, una in particolare era la più importante, quella che guidava il suo cammino: dov’è l’anima?

Di cosa si tratta, ditelo voi.

Buon viaggio.

Quando la cicogna vola via

Gli psicologi lo sanno bene: esistono argomenti tabù, difficili da affrontare persino in terapia. Questi riguardano principalmente il sesso, il denaro, la morte.
Per quanto riguarda la morte, ho per così dire riscontrato un tema “accessorio”, di cui si parla veramente poco: l’aborto spontaneo.

Nella società come nel quotidiano a volte viene nominato l’aborto, ma in termini di interruzione volontaria di gravidanza (IVG), che rappresenta anche un tema politico; se riflettete per un attimo, vi accorgerete che è difficile sentir parlare di aborto spontaneo. Dal canto mio, posso testimoniare che anche la letteratura scientifica sull’argomento scarseggia, pure in psicologia. Asserisce un report ISTAT (2017)*: “l’Italia è comunque uno dei pochi Paesi ad avere un’indagine dedicata specificamente al fenomeno”.

Che si tratti di un vero e proprio tabù culturale, ce lo fa capire persino wikipedia, quando scrive “Alcuni raccomando di non usare il termine ‘aborto’ nelle discussioni con coloro che subiscono un aborto spontaneo, nel tentativo di diminuire il disagio”. Peccato che non nominare l’evento che provoca dolore, renda difficile l’elaborazione di un lutto che a queste condizioni non trova spazio nè dignità. Infatti il significato del tabù è proprio questo: qualcosa di non dicibile, di proibito (proprio come era l’IVG in Italia prima della legge 194 del 1978 e come è ancora in alcuni Paesi).

Quando inizia una gravidanza, scaramanzia vuole che non se ne parli fino al terzo mese, termine oltre il quale è meno frequente incorrere in un aborto. In questo modo, dovesse succedere il peggio, nessuno o quasi lo saprebbe, e non si sarebbe costretti a parlarne. Tabù: inesprimibile. E’ così anche nel famoso gioco di carte, taboo, caratterizzato dall’immagine stilizzata di un volto che si copre la bocca con una mano.

Se però l’informazione non circola, non si sa nemmeno che questo avvenimento può accadere, e con quale frequenza.
L’aborto, la fine di una vita nel suo principio, è un fatto doloroso anche per chi non lo vive e mette un’ansia tale che può succedere di sentirsi dire da personale medico, amici e familiari una frase maldestra: Ti sei affaticata? E’ selezione naturale. Ecc.

Roots by Frida Kahlo
Roots, Frida Kahlo

Qual è la verità? Cosa si cela di invisibile sotto la coltre del silenzio?
Che l’aborto spontaneo può succedere, anche in coppie perfettamente sane e giovani, e spesso riguarda alterazioni cromosomiche, per cui può davvero non esserci una causa apparente. In tempi così precoci, poi, è quasi impossibile intervenire se escludiamo lo stare a riposo e l’assunzione di progesterone, e possono essere alti i livelli di frustrazione e il senso di impotenza della coppia come del personale sanitario.
E poichè nessuno ne parla, nemmeno ci si immagina che “Secondo la letteratura l’evento rappresenta l’esito di circa il 15 per cento delle gravidanze clinicamente riconosciute (Alijotas-Reig, Garrido-Gimenez, 2013). Se si considerano anche le gravidanze interrotte precocemente e che possono venire scambiate come irregolarità mestruali, alcune stime si assestano attorno al 30 per cento: quindi circa un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo”. *

Come reagire di fronte a un simile lutto? Ognuno è diverso e troverà il suo modo e i suoi tempi. Non dubitate mai che si tratti di un vero e proprio lutto, che l’aborto sia spontaneo o sia stata una IVG, e a prescindere dalla settimana o dal mese in cui avviene.
Abbandono dal principio qualsiasi intento consolatorio e mi limito a riportare alcune testimonianze scritte insieme alle due canzoni che ho scelto per accompagnare la lettura.

 

* ISTAT, La salute riproduttiva della donna, 2017

 

“Nonostante Peter ricordi ancora la piccola Maimie, è tornato gaio e spensierato come sempre, e spesso quando è al culmine della felicità salta giù dalla sua capra e si sdraia sereno sull’erba. Oh, che ore gioiose!
Tuttavia continua a serbare un vago ricordo di quando era un essere umano, ed è per questo che è sempre gentile con le rondini domestiche che si recano in visita sull’isola, perchè le rondini domestiche sono gli spiriti dei neonati morti. Questi uccelli costruiscono sempre i loro nidi sulle grondaie delle case in cui vivevano quando erano bambini, e talvolta tentano di entrare nelle loro camerette dalla finestra: forse è per questo che Peter ama questi uccelli più di tutti gli altri.”
Peter Pan nei Giardini di Kengsinton, J. M. Barrie (1906)

 

“Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda s’accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.”
Lettera a un bambino mai nato, O. Fallaci (1975)

 

“L’inverno era stato freddissimo: neve, gelo e vento per mesi e mesi avevano
fatto da padroni sulla terra.
Era passato febbraio, ma nessun fiore osava mostrarsi, nessuna foglia aveva
voglia di schiudersi,
“Se viene il vento gelido, per noi è finita” – dicevano le pratoline
nascoste sotto terra al calduccio.
“Qui sto bene” – diceva la gemma e rabbrividiva sul ramo.
“Quest’anno continueremo a dormire “– ripetevano le viole.
Ma un alberello tutto nero che si alzava diritto sul colle disse:
“Proverò io e se i miei fiori saranno bruciati dal gelo, pazienza, ne
metterò degli altri”.
E un mattino mise fuori, timido timido, il primo fiore. Non faceva poi così
freddo! Subito ne mise un altro, e poi un altro ancora.
Ben presto la pianta fu tutto uno splendore di petali bianchi.
L’aurora che si affacciava guardò commossa l’alberello coraggioso e per
premiarlo gli diede i suoi colori.
I petali bianchi si tinsero di un rosa delicato.
Da quel giorno, tutti gli anni, appena l’inverno finisce il mandorlo si copre di
petali bianco rosati e annuncia agli uomini che la primavera è vicina.”
Leggende di Fiori, F. Riggio Lorenzioni (1960)

#LIBRO Psicosociologia della genitorialità

Da pochi giorni, a fine novembre 2017, con Golem Edizioni è uscito un libro, cui ho avuto il piacere di lavorare a più mani con molti colleghi, psicologi ma non solo: PSICOSOCIOLOGIA DELLA GENITORIALITA’.

Il progetto è nato lo scorso anno, quando era molto caldo il tema della gestazione per altri (GPA), e tra professionisti abbiamo sentito il bisogno di fare chiarezza su questo e altri aspetti legati alla genitorialità e alla famiglia, con un approccio multidisciplinare e integrato, ancorato ai capisaldi della letteratura quanto ai più recenti contributi della ricerca scientifica.

Il mio personale contributo si trova nel primo capitolo, in cui parlo di gravidanza “tra fantasia e realtà”; non aggiungo altri spoiler a riguardo.

In poco meno di 300 pagine si trattano gli aspetti psicologici correlati alla gravidanza, si scopre come il feto vive nel suo mondo intrauterino, si osservano i cambiamenti che la nascita di un figlio comporta all’interno di ogni famiglia. E finalmente si dà spazio anche al ruolo del padre, troppo spesso sottovalutato negli studi sulla famiglia in favore della diade madre-bambino. Il volume si conclude sui temi della maternità surrogata, della procreazione medicalmente assistita (PMA), delle famiglie adottive e affidatarie.

E se vi ho incuriosito, i ricavati andranno in beneficenza, al Centro Studi Hansel e Gretel di Moncalieri (TO). I refusi sono ancora tanti, ma tanta è anche la nostra emozione. Il libro si può acquistare presso la libreria Golem di Torino oppure su Amazon. Grazie.

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We want sex

8 marzo, festa della donna.
C’è chi dice che la festa della donna, così come San Valentino, dovrebbe essere celebrata tutto l’anno.
Ma c’è un motivo se questa festa ricorre una volta l’anno, sempre lo stesso giorno: questa ripetitività serve a creare un rito, a dare forza alla memoria. Nel mio caso, è una giornata in cui si concentrano le mie riflessioni sull’argomento.

Oggi leggo molte frasi, sulla rete, di persone che, come me, riflettono sul ruolo della donna nella società occidentale (perchè è sempre bene contestualizzare).
Noto che spesso la donna è celebrata nel suo ruolo di figlia, madre, nonna, zia, moglie, compagna… Questo, per me, è sbagliato nell’ottica della parità dei sessi. Un uomo viene riconosciuto nel ruolo di figlio, padre, nonno, zio, marito o compagno? Assai raramente, e in realtà me ne dispiaccio.
Soprattutto, confuto l’importanza della donna in fatto di procreazione: donna magica, portatrice del segreto della vita, da invidiare e circondare di bambagia. Uomini e donne sono uguali anche sul piano della procreazione, poichè una donna senza un uomo è un ventre sgonfio e inutilizzato, e un uomo senza una donna è un seme lasciato fuori dalla terra, senza acqua e nutrimento.

A volte ci si ricorda che la donna può essere anche lavoratrice: allora si celebrano tutte le donne, le casalinghe, le laureate, le impiegate, le operaie, le libere professioniste, e chi più ne ha più ne metta.
Peccato che una donna lavoratrice, solitamente si carica di un doppio lavoro: il mestiere fuori casa e la cura della casa e della famiglia.
Naturalmente non succede sempre così, e ci sono anche casi fortunati in cui gli uomini si occupano, del tutto o in parte, delle incombenze che riguardano la sfera casalinga.
Ora analizziamo la frase che ho appena scritto: “casi fortunati”. Se vi sembra un termine scorretto, lasciatemi un commento a questo post, e sarò estremamente felice di leggerlo.
CONFUTATEMI, vi prego, ditemi che mi sto sbagliando e là fuori è pieno di veri uomini che cucinano, lavano e rassettano, anche lavorando, anche se vivono con una donna.

“We want sex”. Sex equality. E’ il titolo di un film che ho visto di recente, e che mi ha portata a farmi alcune domande: ora le donne hanno lo stesso trattamento degli uomini sul posto di lavoro? Pari stipendio, stima, diritti? E gli uomini, sentono di avere gli stessi diritti delle donne? I giorni di paternità concessi dal CCLN sono ridicolmente pochi; ma gli uomini se ne lamentano?
Sono voci che fino a me non arrivano; ancora, confutatemi, per favore.

Prendo ad esempio la mia stessa categoria professionale, ovvero gli psicologi.
Si tratta di una professione diventata prettamente femminile, in cui la percentuale di psicologi donne è dominante.
Mi stupisce allora trovare a capo dei consigli regionali e provinciali dell’Ordine degli Psicologi, presidenti uomini in 14 casi su 21. Di questi, il presidente del Consiglio Nazionale è un uomo. Mi stupisce che il presidente di AltraPsicologia, il partito che ha recentemente vinto le elezioni dell’Enpap (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi), sia un uomo.
Non sono stupita per un mancanza di competenze da parte di questi uomini, giammai; semplicemente, per una questione statistica, non sarebbe più probabile trovare tante donne con incarichi di presidenza?