Quando la cicogna vola via

Gli psicologi lo sanno bene: esistono argomenti tabù, difficili da affrontare persino in terapia. Questi riguardano principalmente il sesso, il denaro, la morte.
Per quanto riguarda la morte, ho per così dire riscontrato un tema “accessorio”, di cui si parla veramente poco: l’aborto spontaneo.

Nella società come nel quotidiano a volte viene nominato l’aborto, ma in termini di interruzione volontaria di gravidanza (IVG), che rappresenta anche un tema politico; se riflettete per un attimo, vi accorgerete che è difficile sentir parlare di aborto spontaneo. Dal canto mio, posso testimoniare che anche la letteratura scientifica sull’argomento scarseggia, pure in psicologia. Asserisce un report ISTAT (2017)*: “l’Italia è comunque uno dei pochi Paesi ad avere un’indagine dedicata specificamente al fenomeno”.

Che si tratti di un vero e proprio tabù culturale, ce lo fa capire persino wikipedia, quando scrive “Alcuni raccomando di non usare il termine ‘aborto’ nelle discussioni con coloro che subiscono un aborto spontaneo, nel tentativo di diminuire il disagio”. Peccato che non nominare l’evento che provoca dolore, renda difficile l’elaborazione di un lutto che a queste condizioni non trova spazio nè dignità. Infatti il significato del tabù è proprio questo: qualcosa di non dicibile, di proibito (proprio come era l’IVG in Italia prima della legge 194 del 1978 e come è ancora in alcuni Paesi).

Quando inizia una gravidanza, scaramanzia vuole che non se ne parli fino al terzo mese, termine oltre il quale è meno frequente incorrere in un aborto. In questo modo, dovesse succedere il peggio, nessuno o quasi lo saprebbe, e non si sarebbe costretti a parlarne. Tabù: inesprimibile. E’ così anche nel famoso gioco di carte, taboo, caratterizzato dall’immagine stilizzata di un volto che si copre la bocca con una mano.

Se però l’informazione non circola, non si sa nemmeno che questo avvenimento può accadere, e con quale frequenza.
L’aborto, la fine di una vita nel suo principio, è un fatto doloroso anche per chi non lo vive e mette un’ansia tale che può succedere di sentirsi dire da personale medico, amici e familiari una frase maldestra: Ti sei affaticata? E’ selezione naturale. Ecc.

Roots by Frida Kahlo
Roots, Frida Kahlo

Qual è la verità? Cosa si cela di invisibile sotto la coltre del silenzio?
Che l’aborto spontaneo può succedere, anche in coppie perfettamente sane e giovani, e spesso riguarda alterazioni cromosomiche, per cui può davvero non esserci una causa apparente. In tempi così precoci, poi, è quasi impossibile intervenire se escludiamo lo stare a riposo e l’assunzione di progesterone, e possono essere alti i livelli di frustrazione e il senso di impotenza della coppia come del personale sanitario.
E poichè nessuno ne parla, nemmeno ci si immagina che “Secondo la letteratura l’evento rappresenta l’esito di circa il 15 per cento delle gravidanze clinicamente riconosciute (Alijotas-Reig, Garrido-Gimenez, 2013). Se si considerano anche le gravidanze interrotte precocemente e che possono venire scambiate come irregolarità mestruali, alcune stime si assestano attorno al 30 per cento: quindi circa un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo”. *

Come reagire di fronte a un simile lutto? Ognuno è diverso e troverà il suo modo e i suoi tempi. Non dubitate mai che si tratti di un vero e proprio lutto, che l’aborto sia spontaneo o sia stata una IVG, e a prescindere dalla settimana o dal mese in cui avviene.
Abbandono dal principio qualsiasi intento consolatorio e mi limito a riportare alcune testimonianze scritte insieme alle due canzoni che ho scelto per accompagnare la lettura.

 

* ISTAT, La salute riproduttiva della donna, 2017

 

“Nonostante Peter ricordi ancora la piccola Maimie, è tornato gaio e spensierato come sempre, e spesso quando è al culmine della felicità salta giù dalla sua capra e si sdraia sereno sull’erba. Oh, che ore gioiose!
Tuttavia continua a serbare un vago ricordo di quando era un essere umano, ed è per questo che è sempre gentile con le rondini domestiche che si recano in visita sull’isola, perchè le rondini domestiche sono gli spiriti dei neonati morti. Questi uccelli costruiscono sempre i loro nidi sulle grondaie delle case in cui vivevano quando erano bambini, e talvolta tentano di entrare nelle loro camerette dalla finestra: forse è per questo che Peter ama questi uccelli più di tutti gli altri.”
Peter Pan nei Giardini di Kengsinton, J. M. Barrie (1906)

 

“Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda s’accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.”
Lettera a un bambino mai nato, O. Fallaci (1975)

 

“L’inverno era stato freddissimo: neve, gelo e vento per mesi e mesi avevano
fatto da padroni sulla terra.
Era passato febbraio, ma nessun fiore osava mostrarsi, nessuna foglia aveva
voglia di schiudersi,
“Se viene il vento gelido, per noi è finita” – dicevano le pratoline
nascoste sotto terra al calduccio.
“Qui sto bene” – diceva la gemma e rabbrividiva sul ramo.
“Quest’anno continueremo a dormire “– ripetevano le viole.
Ma un alberello tutto nero che si alzava diritto sul colle disse:
“Proverò io e se i miei fiori saranno bruciati dal gelo, pazienza, ne
metterò degli altri”.
E un mattino mise fuori, timido timido, il primo fiore. Non faceva poi così
freddo! Subito ne mise un altro, e poi un altro ancora.
Ben presto la pianta fu tutto uno splendore di petali bianchi.
L’aurora che si affacciava guardò commossa l’alberello coraggioso e per
premiarlo gli diede i suoi colori.
I petali bianchi si tinsero di un rosa delicato.
Da quel giorno, tutti gli anni, appena l’inverno finisce il mandorlo si copre di
petali bianco rosati e annuncia agli uomini che la primavera è vicina.”
Leggende di Fiori, F. Riggio Lorenzioni (1960)

La “manicomialità” 40 anni dopo la Legge Basaglia

Il 13 maggio di quest’anno ricorre il quarantennale della promulgazione delle Legge 180/1978, la Legge Basaglia. Questa legge, in breve, ha permesso: la chiusura dei manicomi, la regolamentazione dei trattamenti sanitari obbligatori (TSO), l’apertura di Centri di Salute Mentale (CSM) e dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), la rivalutazione dell’importanza della psicoterapia (in alternativa o in affiancamento al trattamento farmacologico) e molto altro ancora.

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Il sistema non è ancora perfetto, ma la Legge 180 ha segnato una svolta nel riconoscere i malati come persone sofferenti, aventi diritti e risorse, non soggetti da rinchiudere e tenere lontano dalla società. Inoltre ricordo che le condizioni di vita all’interno dei manicomi erano spesso disumane e veniva somministrato l’elettroshock.

Per saperne di più, consiglio la visione di questo video, sintetico ma esaustivo.

Anche Alda Merini (1931-2009), poetessa e scrittrice cui venne diagnosticato un disturbo bipolare, visse l’esperienza del manimonio, e ne scrisse.

«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio, ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; […] ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò e, morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio, tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Ma allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all’uomo e che l’uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire. Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso: mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica a uscire.

[…] Il manicomio era sempre saturo di fortissimi odori. Molta gente addirittura orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo. Gente che si strappava i capelli, gente che si lacerava le vesti o che cantava sconce canzoni.
Noi sole, io e la Z., sedevamo su di una pancaccia bassa, con le mani raccolte in grembo, gli occhi fissi e rassegnati e in cuore una folle paura di diventare come quelle là.
In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento.
Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra.
Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo».

Alda Merini

Oggigiorno i manicomi non esistono più; sul territorio esisteva però un famoso manicomio, quello di Collegno. All’interno della Certosa ci sono attualmente svariate sedi dell’ASL TO3, tra cui il Servizio IESA (Inserimento Eterofamiliare Supportato di Adulti) che, come si raccontava nel video sopra indicato, offre un servizio di affidamento di adulti aventi disturbi psichici, non autosufficienti, presso famiglie di volontari. Un ex manicomio, luogo di disperazione, in un certo senso si è riqualificato come luogo in cui chi soffre può prendersi cura di sè in un ambiente non istituzionale, con tutti i vantaggi che ne conseguono. Uno degli obiettivi è lottare contro lo stigma sociale, per riconoscere ai pazienti diritti e dignità.

In questi giorni di commemorazione, a Torino la seconda edizione di Officine della Salute porta il titolo “Diritti in corso: itinerari di inclusione – disagio psichico e società a 40 anni dalla Legge Basaglia” e offre moltissime iniziative nei giorni 11-17 maggio. Anch’io parteciperò, con uno psicodramma sulla fiaba, aperto al pubblico.

Si tratta di eventi rivolti alla cittadinanza, per far conoscere i servizi, lo stato dell’arte, confrontarsi. E, spero, avere meno paura di questa tematica tanto incerta e delicata.

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We want sex

8 marzo, festa della donna.
C’è chi dice che la festa della donna, così come San Valentino, dovrebbe essere celebrata tutto l’anno.
Ma c’è un motivo se questa festa ricorre una volta l’anno, sempre lo stesso giorno: questa ripetitività serve a creare un rito, a dare forza alla memoria. Nel mio caso, è una giornata in cui si concentrano le mie riflessioni sull’argomento.

Oggi leggo molte frasi, sulla rete, di persone che, come me, riflettono sul ruolo della donna nella società occidentale (perchè è sempre bene contestualizzare).
Noto che spesso la donna è celebrata nel suo ruolo di figlia, madre, nonna, zia, moglie, compagna… Questo, per me, è sbagliato nell’ottica della parità dei sessi. Un uomo viene riconosciuto nel ruolo di figlio, padre, nonno, zio, marito o compagno? Assai raramente, e in realtà me ne dispiaccio.
Soprattutto, confuto l’importanza della donna in fatto di procreazione: donna magica, portatrice del segreto della vita, da invidiare e circondare di bambagia. Uomini e donne sono uguali anche sul piano della procreazione, poichè una donna senza un uomo è un ventre sgonfio e inutilizzato, e un uomo senza una donna è un seme lasciato fuori dalla terra, senza acqua e nutrimento.

A volte ci si ricorda che la donna può essere anche lavoratrice: allora si celebrano tutte le donne, le casalinghe, le laureate, le impiegate, le operaie, le libere professioniste, e chi più ne ha più ne metta.
Peccato che una donna lavoratrice, solitamente si carica di un doppio lavoro: il mestiere fuori casa e la cura della casa e della famiglia.
Naturalmente non succede sempre così, e ci sono anche casi fortunati in cui gli uomini si occupano, del tutto o in parte, delle incombenze che riguardano la sfera casalinga.
Ora analizziamo la frase che ho appena scritto: “casi fortunati”. Se vi sembra un termine scorretto, lasciatemi un commento a questo post, e sarò estremamente felice di leggerlo.
CONFUTATEMI, vi prego, ditemi che mi sto sbagliando e là fuori è pieno di veri uomini che cucinano, lavano e rassettano, anche lavorando, anche se vivono con una donna.

“We want sex”. Sex equality. E’ il titolo di un film che ho visto di recente, e che mi ha portata a farmi alcune domande: ora le donne hanno lo stesso trattamento degli uomini sul posto di lavoro? Pari stipendio, stima, diritti? E gli uomini, sentono di avere gli stessi diritti delle donne? I giorni di paternità concessi dal CCLN sono ridicolmente pochi; ma gli uomini se ne lamentano?
Sono voci che fino a me non arrivano; ancora, confutatemi, per favore.

Prendo ad esempio la mia stessa categoria professionale, ovvero gli psicologi.
Si tratta di una professione diventata prettamente femminile, in cui la percentuale di psicologi donne è dominante.
Mi stupisce allora trovare a capo dei consigli regionali e provinciali dell’Ordine degli Psicologi, presidenti uomini in 14 casi su 21. Di questi, il presidente del Consiglio Nazionale è un uomo. Mi stupisce che il presidente di AltraPsicologia, il partito che ha recentemente vinto le elezioni dell’Enpap (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi), sia un uomo.
Non sono stupita per un mancanza di competenze da parte di questi uomini, giammai; semplicemente, per una questione statistica, non sarebbe più probabile trovare tante donne con incarichi di presidenza?

Auguri a tutte le Donne

8 marzo, Giornata internazionale della donna, altrimenti detta Festa della donna.
L’opinione pubblica si divide e non è chiara nemmeno l’origine della festa; quotidianamente sento parlare del famoso incendio in cui morirono centinaia di donne operaie, ma pare che non sia andata proprio così. Di seguito rimando brevemente ai riferimenti della pagina Wikipedia, che mi sembra molto ben curata e in cui sono disponibili complessivamente 26 riferimenti bibliografici su quanto affermato.

ORIGINI DELLA FESTA DELLA DONNA
“La Giornata internazionale della donna (comunemente definita Festa della donna) ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui sono state oggetto e sono ancora, in tutte le parti del mondo. Questa celebrazione si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922. [..] Nel VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907, nel quale erano presenti 884 delegati di 25 nazioni [..] vennero discusse tesi sull’atteggiamento da tenere in caso di una guerra europea, sul colonialismo, sulla questione femminile e sulla rivendicazione del voto alle donne. Su quest’ultimo argomento il Congresso votò una risoluzione nella quale si impegnavano i partiti socialisti a «lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne».
[..] Fu Corinne Brown a presiedere, il 3 maggio 1908, causa l’assenza dell’oratore ufficiale designato, la conferenza tenuta ogni domenica dal Partito socialista di Chicago nel Garrick Theater: quella conferenza, a cui tutte le donne erano invitate, fu chiamata «Woman’s Day», il giorno della donna. Si discusse infatti dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. Quell’iniziativa non ebbe un seguito immediato, ma alla fine dell’anno il Partito socialista americano raccomandò a tutte le sezioni locali «di riservare l’ultima domenica di febbraio 1909 all’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile». Fu così che negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata della donna fu celebrata il 23 febbraio 1909″

LA CONFUSIONE SULLE ORIGINI DELLA RICORRENZA
“Nel secondo dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni, secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, l’incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori (123 donne e 23 uomini, in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica). Altre versioni citavano la violenta repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York nel 1857, mentre altre ancora riferivano di scioperi o incidenti avvenuti a Chicago, a Boston o a New York. Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni settanta e gli ottanta abbiano dimostrato l’erroneità di queste ricostruzioni, le stesse sono ancora diffuse sia tra i mass media che nella propaganda delle organizzazioni sindacali”

In conclusione: forse è davvero successa qualche tragedia, forse non è quella dell’incendio, ma una diversa; poco importa. La vera tragedia è quella che le donne di tutto il mondo devono affrontare ogni giorno.
A proposito di suffragette, in Italia è stato per fortuna conquistato il diritto di voto, ma rimangono molti altri problemi, legati per esempio all’occupazione e allo scarso sostegno alla maternità.
Risalgono a poco tempo fa queste immagini: la campagna della città di Torino contro le pubblicità sessiste e la pubblicità progresso (che aveva fatto molto discutere) per abbattere i pregiudizi sulle donne.

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E dopo aver rinfrescato la memoria, una domanda provocatoria: ancora ci stupisce che molte donne usino questa giornata per trasgredire? Forse è l’unico momento dell’anno in cui, uscendo per andare ai famigerati spogliarelli, possono passare dall’altro lato della barricata, togliersi da un ruolo stereotipato in cui non si riconoscono e poter diventare gli “uomini” della situazione.
Queste ovviamente sono considerazioni di carattere generale, che vogliono provare a dare un senso a fatti che innegabilmente sussistono.

Donne, questa serata passatela come più desiderate; il mio personale augurio è di credere sempre in voi stesse e di far valere i vostri diritti, in ogni campo. Fino ad arrivare alle stelle.

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Samantha Cristoforetti, prima donna italiana e terza europea, negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea