Fiabe che uniscono

Qualche sera fa mi è successo un fatto curioso. Mentre ero intenta  a leggere un libro di fiabe persiane, non sapevo che mio marito stesse spulciando le mie fiabe di Andersen. Quando ad un certo punto, letta una storia interessante, decido di raccontargliela; si tratta di “Il furbo Kachal e le pecore marine”. Mio marito, sorprendendomi moltissimo, esclama di aver appena letto una fiaba del tutto analoga, “Il piccolo Claus e il grande Claus” di Andersen. Vi invito a leggerle entrambe, rimarrete sorpresi.

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E’ abbastanza risaputo che miti e fiabe, ovvero storie profondamente radicate alla cultura di un popolo, abbiano elementi che si ripetono in diverse parti del mondo. L’esempio più noto è quello del Diluvio universale, ripreso in più versioni in Europa, Medio-Oriente, Asia, Oceania e America. Ma esistono anche diverse Cenerentola, dove la scarpetta di cristallo viene sostituita dal sandalo d’oro in Cina e dallo zoccolo d’oro in Arabia; e, come ho potuto recentemente scoprire, greggi di pecore o vacche marine scorazzano nel nord Europa come in Persia.

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Che le storie abbiano viaggiato nel mondo, esattamente come le merci? Che ci sia lo zampino dell’inconscio collettivo ipotizzato da Jung? A me piace pensare, in modo un pò illuministico, che gli uomini siano tutti uguali. Paese che vai, cambiano gli stili di vita, usi e costumi, ma le storie pressochè rimangono le stesse.

In un articolo precedente sulle fiabe, avevo già parlato dell’argomento, quindi non mi dilungo e rimando eventualmente alla lettura A QUESTO LINK. Se, citando ancora Marie-Louise von Franz, “tutte le fiabe mirano a descrivere un solo evento psichico, sempre  identico“, ancora ci sorprende che ci siano elementi comuni all’interno delle fiabe in luoghi e culture anche molto distanti fra loro?

La mia riflessione in proposito è che le fiabe potrebbero essere, proprio nell’infanzia, un ottimo strumento di unione e condivisione, per promuovere l’integrazione e far conoscere culture diverse. Incontrarsi negli elementi comuni, per far diventare la diversità una ricchezza, non un orco di cui avere paura.

L’importanza di chiamarsi Ubuntu

Molti di voi conosceranno Ubuntu, software free di GNU/Linux; si contrappone spesso a Microsoft ed Apple, che producono invece programmi a pagamento.

Analogamente, l’editor di grafica digitale GIMP viene distribuito gratuitamente da GNU, e spesso costituisce un’alternativa free a, per esempio, photoshop, programma a pagamento di Adobe.

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Qualcuno si chiederà perchè inizio a parlare di informatica. Cosa unisce Ubuntu alla psicologia?

“Ubuntu” è una parola africana che ha un significato molto particolare. Riporto di seguito un’immagine trovata in rete, molto chiara ed esaustiva:

“Io sono perchè noi siamo” è un concetto che si riferisce strettamente al tipo di cultura di riferimento, che può essere individualista come quella europea e americana (non dimentichiamo mai che gli americani, come anche gli australiani, sono i discendenti dei coloni europei), oppure collettivista, come in Africa e in Asia.

In occidente l’individuo è concepito come un essere autonomo, libero, indipendente, padrone del suo destino e della sua fortuna; vi è molta competizione e le persone “lottano” per emergere e avere successo, ricchezza e stima.

Le culture non occidentali, definite collettiviste, mettono in risalto valori diversi: la responsabilità comunitaria, l’accettazione dell’autorità, il sostegno e l’utilità sociale.

Usando queste due piccole definizioni come degli occhiali, il racconto dell’antropologo assume senso e significato. Ogni vantaggio che si può avere (il cesto di frutta), è utile per l’intero gruppo, non solo per il singolo.

Inoltre si tratta di culture in cui la malattia e la disabilità vengono prese in carico in modo diverso rispetto all’occidente; sono maggiormente improntati all’inclusione e a mantenere  gli individui utili e attivi all’interno della società.

Concludo con un video simpatico, che forse farà riflettere più di tante parole. Non a caso si parla del lavoro di gruppo: quando uno dei membri è in pericolo, tutti si mobilitano per salvare… il gruppo stesso. La forza del gruppo è una ricchezza creativa e preziosa, a qualsiasi livello.

Fonti:
Triadis (1988)
Linn & Kleinman (1988)
Fischer (2002)