YES-MAN e NO-MAN: categorie a confronto

Chi ha visto il film “Yes man”? Un Jim Carey in carriera, cinico e abituato a rispondere sempre di NO, per una serie di circostanze si trova a dover dire sempre di SI a richieste e suggerimenti delle altre persone. In questo modo uscirà completamente dalla sua routine e scoprirà un nuovo mondo e nuove caratteristiche di sè stesso.

Nel film si afferma che dire “no” sia la soluzione più facile e veloce in caso di problemi, novità impreviste e, ovviamente, potenziali seccature.

In questo caso si tratta di una strategia di evitamento, e cominciando a dire di “sì” alle occasioni, il protagonista riscopre anche la sua vita sociale.

Ma in realtà rispondere “no” può essere complicato, ad esempio per la paura di deludere l’altro…

 Dire sempre sì può essere sintomo di passività, soprattutto nel caso in cui si faccia qualcosa controvoglia. Il risultato è recarsi dispiacere, frustrazione e rabbia. Tutto per non saper dire di no!
Questa massima di Osho rende bene il concetto: pensare al proprio benessere non è necessariamente sinonimo di egoismo, a volte la cosa più importante da fare è proteggersi.

osho

 Questo principio si ritrova anche nel primo soccorso: se qualcuno è in difficoltà, è sconsigliato aiutarlo, se così facendo metti in pericolo la tua stessa sicurezza. Similmente, la politica di alcune banche in caso di rapina è di assecondare i criminali, in modo da ridurre la probabilità che si verifichino scenari catastrofici.

Nel nostro caso, saper dire di “no” alle situazioni che ci creano disagio è un diritto legittimo, a volte doveroso. La cosa importante è il modo in cui si rifiuta qualcosa.
Come si capisce dall’immagine, in una scala ideale in cui 1 rappresenta la passività e quindi rispondere sempre di “si” e il 10 simboleggia un modo rabbioso e aggressivo di dire “no”, la soluzione ideale sta nel mezzo e si chiama assertività.

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 Rispondere in modo assertivo significa esprimere la propria opinione, senza prevaricare (punteggio 10) nè essere prevaricati (punteggio 1). Non significa cercare scuse come Jim Carey, bensì dire la propria verità in modo chiaro, calmo, coinciso, rispettando l’opinione altrui ed esprimendo anche i propri sentimenti.

Chiarito che questi sono esempi estremi da non seguire, come sempre è il nostro equilibrio a salvarci. E in alcuni casi, anche la capacità di volersi bene.

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L’importanza di chiamarsi Ubuntu

Molti di voi conosceranno Ubuntu, software free di GNU/Linux; si contrappone spesso a Microsoft ed Apple, che producono invece programmi a pagamento.

Analogamente, l’editor di grafica digitale GIMP viene distribuito gratuitamente da GNU, e spesso costituisce un’alternativa free a, per esempio, photoshop, programma a pagamento di Adobe.

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Qualcuno si chiederà perchè inizio a parlare di informatica. Cosa unisce Ubuntu alla psicologia?

“Ubuntu” è una parola africana che ha un significato molto particolare. Riporto di seguito un’immagine trovata in rete, molto chiara ed esaustiva:

“Io sono perchè noi siamo” è un concetto che si riferisce strettamente al tipo di cultura di riferimento, che può essere individualista come quella europea e americana (non dimentichiamo mai che gli americani, come anche gli australiani, sono i discendenti dei coloni europei), oppure collettivista, come in Africa e in Asia.

In occidente l’individuo è concepito come un essere autonomo, libero, indipendente, padrone del suo destino e della sua fortuna; vi è molta competizione e le persone “lottano” per emergere e avere successo, ricchezza e stima.

Le culture non occidentali, definite collettiviste, mettono in risalto valori diversi: la responsabilità comunitaria, l’accettazione dell’autorità, il sostegno e l’utilità sociale.

Usando queste due piccole definizioni come degli occhiali, il racconto dell’antropologo assume senso e significato. Ogni vantaggio che si può avere (il cesto di frutta), è utile per l’intero gruppo, non solo per il singolo.

Inoltre si tratta di culture in cui la malattia e la disabilità vengono prese in carico in modo diverso rispetto all’occidente; sono maggiormente improntati all’inclusione e a mantenere  gli individui utili e attivi all’interno della società.

Concludo con un video simpatico, che forse farà riflettere più di tante parole. Non a caso si parla del lavoro di gruppo: quando uno dei membri è in pericolo, tutti si mobilitano per salvare… il gruppo stesso. La forza del gruppo è una ricchezza creativa e preziosa, a qualsiasi livello.

Fonti:
Triadis (1988)
Linn & Kleinman (1988)
Fischer (2002)

Festival della Psicologia 2016: la fiducia

Dal 31 marzo al 3 aprile 2016 a Torino ritorna il Festival della Psicologia (di cui ho già parlato recentemente QUI). Il tema di quest’anno è la fiducia.

Il Festival, organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, è pubblico e aperto alla cittadinanza, ha scopo divulgativo e vuole avvicinare la psicologia alla gente. Per far ciò, sono previste diverse attività: workshop, dibattiti, laboratori creativi di psicodramma e danzaterapia… in cui si parla di fiducia, declinata secondo tematiche di attualità, ad esempio gelosia e crimine, disabilità, la religione e altri, ma anche in momenti di spettacolo.

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Questo è il sito internet del Festival http://psicologiafestival.it/edizione-2016/ che potete trovare anche su facebook all’indirizzo http://www.facebook.com/psicologiafestival
Sul sito potete trovare il programma dettagliato di queste quattro giornate e la possibilità di prenotarsi agli eventi, che ricordo essere gratuiti.

E sulla fiducia, che dire?
Riporto le parole di Alessandro Lombardo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte:
«La Fiducia è quel sottile collante che lega ogni cosa e che, in sua assenza, non permette legami se non permeati dalla paura, o dal sospetto. L’opposto della fiducia non è la sfiducia, ma la paura. Costruire fiducia è quindi il vero modo di prendersi cura. A cominciare dalla madre con i propri figli, luogo primario della fiducia, in poi»

Buon divertimento!

Frasi calde: “Anche io sono un pò psicologo!”

Ci sono frasi, che spesso sentiamo ripetere nella vita quotidiana e possiamo trovare anche in rete, che tendono a far “imbufalire” gli psicologi, ad esempio: “Anche io sono un pò psicologo”.
Mettetevi nei panni di chi ha sudato su manuali e affrontato esami di statistica che proprio non si sarebbe mai aspettato al momento dell’immatricolazione, e se non vi basta, considerate anche le ore di tirocinio gratuito, che si traducono in mesi e mesi, fino all’anno di tirocinio di 1.000 ore necessario per affrontare l’Esame di Stato: una frase del genere può innescare diverse reazioni negative nello psicologo.
In questo articolo non voglio tuttavia soffermarmi sui pregiudizi e le false credenze che ricoprono questa figura, ancora un pò misteriosa, nè parlare di “psicologia ingenua” e teorie del senso comune. Vorrei invece prendere il lato positivo di questo genere di frasi, su cui spesso non ci si sofferma: la trasversalità della psicologia.

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Dal punto di vista storico si tratta di una professione molto giovane: ufficialmente, la psicologia nasce a Lipsia nel 1879 con l’apertura da parte di  Wilhelm Wundt del primo laboratorio sperimentale di psicologia, mentre in Italia il primo corso di laurea in Psicologia nasce nel 1971 nelle città di Padova e Roma.
In particolare, la psicologia fa fatica a trovare in Italia la sua collocazione nel mondo del lavoro, ed è strettamente intrecciata all’ambito sanitario e alla psicoterapia, anche nel senso comune. Quante volte sento confondere per esempio psicologia della salute con la psicologia clinica? Oppure, quante volte uno psicologo che prova  asperimentarsi nell’ambito delle human resources viene guardato con sospetto se proviene da una formazione più clinica?
Queste e molte altre cose avvengono, nella mia personale interpretazione, per due motivi principali: le persone non hanno idea di chi sia uno psicologo, che cosa possa fare e quale sia il suo percorso; e a causa di questa ignoranza, nell’ideologia corrente lo psicologo è principalmente un clinico.

Se non ci stupisce particolarmente che un filosofo si dedichi all’informatica, perchè “in fondo, lui conosce la logica”, non riusciamo di contro ad immaginare uno psicologo fuori dal contesto clinico, se non al massimo come selezionatore in ambito aziendale.
Invece le macroaree della psicologia approssimativamente sono: clinica, comunità, educazione, emergenza, formazione, giuridico/forense/penitenziario, organizzazione/lavoro/hr, marketing e comunicazione, militare, orientamento, salute, sport, turismo, psicologia del traffico, neuroscienze/neuropsicologia/riabilitazione neurocognitiva.
Quindi forse non crediamo di essere “tutti un pò psicologi” soltanto perchè tutti noi siamo mediamente competenti circa lo stare in relazione e il comunicare, elementi che indubbiamente caratterizzano questa professione; ma perchè la psicologia ci sommerge, come onde sulla spiaggia, a volte ci bagna solo la punta dei piedi, altre volte ci ritroviamo nel mare fino al collo.
E così troviamo la gestalt studiando il restauro, le teorie sulla comunicazione e la piramide dei bisogni di Maslow in economia, il costrutto di qualità della vita all’interno di una tesi di laurea in farmacia, le teorie sulla motivazione e il cambiamento inserite in un master per RSPP, le neuroscienze e la teoria della mente in informatica e nel campo dell’intelligenza artificiale. Altri contributi si ritrovano in fisica, ergonomia, biologia. Non è un elenco corto.

La mia riflessione di oggi si riferisce a questo: la psicologia può essere trasversale e dare importanti contributi anche nelle èquipe più inaspettate.
In un contesto come quello attuale, dove ad un grande numero di psicologi vengono ad affiancarsi fattori sfavorevoli quale un cattivo mercato del lavoro e una certa ignoranza sulla materia e le sue potenzialità, trovo fondamentali tutte quelle iniziative atte a diffondere conoscenza.
Con orgoglio posso raccontare che il mio Ordine regionale, quello del Piemonte, ha preso ad organizzare interessanti eventi a riguardo: il mese del benessere psicologico, che si è svolto nel novembre 2013, e il festival della psicologia “momenti di felicità”, durante giugno 2015. Anche altre regioni organizzano manifestazioni simili; si tratta di piccoli, ma importanti passi.


Rimanendo nell’ottica dell’interdisciplinarietà, concludo questo breve articolo con una massima di Albert Einstein:
“È più facile scindere un atomo che abolire un pregiudizio”.