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12 DIC. Sessione aperta di psicodramma: Il dono

Fiorenza Ferrua e Cinzia Beluardo, psicologhe e psicodrammatiste, vi invitano a una sessione aperta di psicodramma: Il dono.

L’atmosfera si fa natalizia. Il Natale è un periodo di doni, è una tradizione cristiana per ricordare oro, incenso e mirra portati dai re magi al bambinello e i più semplici (ma essenziali) doni dei pastori portati alla mangiatoia di Betlemme.

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Anche oggi noi doniamo, che sia il nostro cuore o un oggetto simbolico, per ricordare alle persone che amiamo che ci siamo e che loro sono nei nostri pensieri.

L’atto di donare presuppone generosità, attenzione, ed è un modo di prendersi cura dell’ altro. Ma anche il fatto di ricevere non è sempre semplice e immediato.

In questa serata ci muoveremo tra dinamiche di dare e ricevere, bisogno e gratitudine, dipendenza e amore, sperimentando tecniche attive e di psicodramma. Questo particolare modo di stare in gruppo prende alcuni elementi dal teatro e ha l’obiettivo di far provare a uno o più protagonisti nuovi ruoli sulla scena.

Mercoledì 12 dicembre 2018 ci troveremo alle ore 19:00 nello studio di psicologia della dott.ssa Fiorenza Ferrua in via San Massimo 11 a Torino (interno cortile). La serata è gratuita, è necessaria la prenotazione ed è riservata a un massimo di 8 persone, per informazioni contattare:

Dott.ssa Cinzia Beluardo

Tel 333.1496538 | torinopsico@gmail.com

Dott.ssa Fiorenza Ferrua

Tel 392.1027501 | fioreferrua@gmail.com

Una psicologia che ci mette la faccia

Ho iniziato a divulgare corrette informazioni sulla salute psicologica, la psicologia di Jung e il lavoro sui sogni.

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13 reasons why: breve recensione

13.jpgCon molto ritardo mi accingo a scrivere qualche riflessione sulla serie Netflix Tredici, 13 reasons why. Perchè ne sto scrivendo così tardi? Perchè per me è importante dare una lettura che non sia connotata da un giudizio di valore sulla serie o sul personaggio principale e i suoi comportamenti.

Tredici parla di una giovane ragazza americana di 17 anni, Hannah Baker, che si toglie tragicamente la vita e racconta in tredici episodi i motivi del suo gesto anticonservativo, portando allo scoperto i segreti e gli scandali del suo liceo, in particolare la serie tratta di bullismo e cyberbullismo, molestie e violenze sessuali.

Quello che mi colpisce della serie, al di là dei contenuti, è la reazione degli spettatori, che sembrano dividersi tra due poli opposti, chi la ama e chi la odia. Per cui è su questo aspetto che vorrei concentrarmi: perchè questa divisione netta, senza vie di mezzo?

CHI LA AMA

Mi sono documentata sulla rete, e provo a sintetizzare i motivi per cui alcune persone amano questa serie tv. Intanto, sembra che tecnicamente sia una buona serie, girata bene, con bravi attori, una bella fotografia, insomma è piacevole da vedere nel vero senso della parola. Altri motivi per cui piace è che tratta temi delicati e con cui non è difficile immedesimarsi, specialmente il bullismo. Chi ama Tredici probabilmente empatizza con la vittima, la protagonista Hannah, che si trova a vivere momenti di tristezza e/o spiacevoli, in cui si sente sola, esclusa, non capita e non considerata. Se amate Tredici e non siete d’accordo con la mia sintesi semplicistica, vi prego di lasciare un gentile commento.

Forse chi apprezza la serie ha a cuore che si parli di temi di attualità e che si prenda consapevolezza di alcune dinamiche che purtroppo possono capitare in adolescenza. Su questo punto, ho sentito/letto persone affermare che bullismo, suicidi e violenze sessuali sono assai comuni in adolescenza, e qui starebbe il valore di Tredici, come occasione per riflettere. Vorrei però fare alcune precisazioni:

  1. il bullismo e il cyberbullismo sono fenomeni che di per sè interessano le fasce infanzia e adolescenza. Molti progetti scolastici promossi dagli psicologi riguardano proprio la prevenzione o il trattamento del bullismo. In America il fenomeno è particolarmente presente e rilevante.
  2. i suicidi sono la seconda causa di morte in adolescenza, la prima è costituita dagli incidenti stradali. Ma il suicidio è un gesto estremo in cui intervengono diversi fattori di rischio, tra cui la psicopatologia, specialmente se i disturbi psichici sono non riconosciuti o non trattati. In generale i dati Istat (2012) presentano la fascia d’età più matura dai 45 anni in su come quella col numero assoluto (quindi non in termini percentuali) più alto di suicidi, e quella degli adulti e dei giovani adulti dai 25 ai 44 anni come la fascia che in termini assoluti (non valori relativi sul totale) compie più atti di tentato suicidio. E’ quindi riduttivo parlare di suicidio come di un fenomeno esclusivamente adolescenziale, come si può fare invece nel caso del bullismo.
  3. Molestie e violenze sessuali sicuramente interessano di più le giovani donne, e quindi sono presenti anche in adolescenza, ma la situazione è particolarmente complessa: Le donne separate o divorziate hanno subìto violenze fisiche o sessuali in maggiore misura rispetto alle altre (51,4% contro il 31,5% della media italiana) […] Analizzando i tassi della violenza fisica o sessuale subita negli ultimi 5 anni, sono le donne più giovani (fino a 34 anni), con tassi doppi rispetto alla media nazionale […]  tuttavia […] rispetto al 2006, per le donne fra i 16 e i 24 anni la violenza fisica o sessuale è in calo Per avere un quadro realmente esaustivo del fenomeno, invito a visionare le pagine Istat dedicate.

Queste specifiche servono a fare chiarezza sul panorama italiano, sicuramente diverso da quello americano cui la serie tv fa riferimento. Inoltre si tratta di aree talmente vaste, per cui bisogna ricordare che la vicenda presente in Tredici mostra solo una piccola parte delle problematiche sopra presentate: in sintesi, questa serie può essere un’occasione per creare consapevolezza, ma non deve essere un pretesto per generalizzare nè per banalizzare, o peggio ancora, giustificare.

tredici

CHI LA ODIA

Chi la odia, generalmente non sopporta neanche la protagonista Hannah Baker. E qui la situazione si fa spinosa, perchè nella serie tv ovviamente Hannah non si è comportata in modo efficace, tanto da arrivare ad agire l’atto anticonservativo per eccellenza. Il rischio è di banalizzare la sofferenza (seppure frutto di una fiction) senza comprendere che la serie mostra tutto ciò che, in effetti, non si dovrebbe fare. Quindi è naturale che in alcuni la figura di Hannah provochi fastidio e rabbia. Inoltre il suicidio di per sè scatena questi sentimenti, non è sociamente accettabile, specialmente se riguarda la perdita di una persona giovane. Per chi volesse approfondire l’argomento del suicidio, consiglio il libro Il suicidio e l’anima di James Hillman.

Il personaggio di Hannah in particolare presenta forti ambivalenze e contraddizioni: vorrebbe essere “buona” e moralmente corretta e attenta, al di sopra dei luoghi comuni, ma i suoi comportamenti dimostreranno che la realtà non è così semplice e lineare. Hannah vorrebbe essere “al di sopra” di certe cose che sono importanti per i teenager americani come la bellezza, la popolarità, la ricchezza e il successo accademico e/o sportivo, salvo poi posare come modella per il fotografo, fidanzarsi con un atleta, avere come migliore amica una cheerleader e, sostanzialmente, snobba l’altro protagonista della serie, l’amico Clay che è sempre stato innamorato di lei, a cui spesso rimarca che lui sia uno strano, diverso e un pò (si può dire?) sfigato per il contesto in cui si trovano.

Inoltre Hannah assume in modo naturale il ruolo di vittima se non di vittima designata, quando invece avrebbe tutta una serie di risorse su cui contare, ma che non sfutta: è bella, è intelligente, ha una famiglia unita e che la ama, ha amici leali come Clay e Tony che però svaluta e a cui non chiede aiuto. Anche per questi motivi è un personaggio che fa arrabbiare.

PSICOPATOLOGIA DI TREDICI?

Dal momento che, come accennato prima, il fenomeno del suicidio in adolescenza può essere legato a fragilità intrinseche dell’età, delle caratteristiche personali, del contesto di vita, ma anche una sofferenza psichica non riconosciuta o disturbi non trattati, mi è sorto il dubbio che il personaggio di Hannah presenti come fattore di rischio anche un aspetto di psicopatologia.

Oltre alle dinamiche presentate dalla serie tv, che non sono certo esempi di dinamiche sane (Hannah che non sa dire “No” o “Non è vero”, che scarica colpe e responsabilità solo all’esterno, cioè sugli altri, e non mette in atto comportamenti di auto-protezione, ecc), è proprio la reazione odio – amore del pubblico a confermare la mia teoria.  Si dice che davanti a una determinata struttura di personalità, che non nominerò per evitare fraintendimenti e auto-diagnosi, le reazioni degli altri siano o di amore, con senso di protezione e cura, o di odio, fastidio, rabbia. Senza vie di mezzo.

Il mio obiettivo in questo articolo non è fare diagnosi su Hannah, nè su altri personaggi. Tutti i fattori di rischio sopra citati non sono e non devono essere spiegazioni o motivazioni sul fatto che siano avvenuti certi fatti gravi nella storia: la responsabilità è sempre dell’aggressore. Nella fiction come nella vita reale. Questo è il vero messaggio che deve passare.

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Una fiaba per Halloween: la donna scheletro

In molti articoli ho già parlato delle fiabe e dell’importanza che rivestono per la psiche umana: fenomeni collettivi, sono rappresentazioni universali dei meccanismi di crescita della psiche.

Oggi è il 31 ottobre e torno con un articolo su Halloween, festa che tradizionalmente celebrava l’ultimo raccolto dell’anno e il passaggio alla stagione invernale, più buia e fredda, associata anche al mondo degli spiriti e dei morti. Si trattava quindi di un rito di passaggio.

La fiaba che vado a proporre non ha dirette connessioni con Halloween, se non per il fatto che parla di una donna scheletro e che ha a che fare col mondo degli spiriti. Si tratta di una fiaba Inuit, ambientata fra i ghiacci e racconta di una rinascita.

Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L’amo del pescatore scese nell’acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio.
Quando si volse, l’intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
“Ah!”, urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.
Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all’interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.

Ma quando accese la lampada all’olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. “Ecco, ecco”, prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel cacciatore l’avrebbe presa e gettata agli scogli.
All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna, quando c’è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo. La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì un’immensa sete. Si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.
Frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne!”. E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

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Questa fiaba è anche una metafora delle relazioni d’amore: l’incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro è una delle cause che fa fallire molte relazioni.
Quando da parte del pescatore avviene il ritrovamento accidentale del “tesoro”, ovvero la donna nella rete, egli trova molto più di quello che si sarebbe aspettato e non si rende conto che sarà messo alla prova. Limitarsi a sognare l’amore perfetto è facile e c’è immobilità in questa condizione, come se fossimo dentro a un sogno a occhi aperti che può continuare all’infinito. Finchè qualcosa non cade nella rete; può essere anche qualcosa dalla forma insolita, che richiede di iniziare a riflettere sul da farsi. Come gli innamorati che all’inizio di una relazione cercano soltanto la novità e l’ eccitazione, così il pescatore vuole semplicemente trovare di che nutrirsi.

Perchè l’uomo trova la donna scheletro? Perchè ogni cambiamento richiede una piccola morte, anche l’amore: passare da questa immobilità al fatto di sbrogliare la donna dalla sua rete richiede un sacrificio, rappresentato dallo scheletro.
Passare da essere soli alla coppia e poi dall’innamoramento all’amore, richiede di far morire qualche cosa: l’illusione, le aspettative, la bramosia di avere tutto e subito, il desiderio/fantasia di prendere solo il bello, il fatto di non dover pensare ad altro che a sè stessi. L’amore è movimento, paura, fatica: è una corsa verso l’igloo, per poi fermarsi, imparare a restare quando ogni cellula dice “scappa”, perchè in fin dei conti amare significa stare con.

Anche Halloween rappresenta un momento dell’anno di cambiamento, con l’arrivo del freddo e la “morte” dei campi, fino alla rinascita in primavera, seguendo il ciclo naturale di Vita-Morte-Vita.
Il potere trasformativo si vede anche nella storia, attraverso la lacrima e il cuore-tamburo.

La lacrima del pescatore scende nel momento in cui lui sente il proprio dolore e la propria solitudine, significa “ammetto la mia ferita”. Aprire il proprio cuore permette di vedere la propria ferita, toccarla, iniziare a vedere come questa ha condizionato la nostra vita fino a quel momento, e iniziare a curarla. Non è mai l’altro, il nostro oggetto d’amore, a guarirci, e non è giusto aspettarselo.

Il tamburo fatto con il cuore apre a uno stato di trance, è un richiamo e una meditazione profonda che apre a nuove consapevolezze e ci permette di amare appieno, senza riserve, senza sarcasmo né protezionismo. Quando un uomo come il pescatore dona tutto il suo cuore, egli diventa di una forza della natura ed è investito di poteri femminili, ovvero porta con sè i semi di una nuova vita, ed è così che la donna scheletro si trasforma in un essere vivente.
Dice a riguardo Clarissa Pinkola Estes, che parla di questa fiaba nel suo libro Donne che corrono coi lupi: “il dono del corpo è uno degli ultimi delle fasi dell’amore, così come dev’essere. Non accettate l’amante che subito vuole il corpo, insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Fare l’amore è rimescolare spirito e carne, spirito e materia. Per amare dobbiamo fare l’amore con la strega”.

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SESSIONE APERTA di Scrittura-Azione lun. 12 novembre

Cinzia Beluardo e Catia Gribaudo, psicologhe e psicodramatiste, vi invitano alla sessione aperta del laboratorio Scrittura-Azione “Formule magiche e altri Abracadabra”.

L’incontro di lunedì 12 novembre è un’occasione per vedere da vicino il lavoro di questo laboratorio continuativo; i posti sono limitati ed è richiesta l’iscrizione.

Ci troveremo presso lo studio di Psicologia di corso Bramante 61 a Torino, dalle ore 21:00 alle 23:00. La partecipazione è aperta a tutti e la serata ha un costo di 10 euro.

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Quali formule magiche conosciamo? Abracadabra, Apriti Sesamo… sono solo parole, ma che effetto hanno all’interno delle loro storie? Le parole sono importanti, ma con le parole si può anche giocare.

In questo incontro tematico sul potere della parola lavoreremo sui significati e sui simboli, passando per la poesia, espressione in cui la parola si fa immagine e il linguaggio diventa magia.

Troveremo nuove formule magiche, scopriremo che un “per favore” può aprire più porte di qualsiasi incantesimo, che un sorriso può accenderne altri cento e ognuno scriverà una piccola formula magica per la sua vita.

Contatti:

Cinzia Beluardo – Psicologia, scrittura e psicodramma
torinopsico@gmail.com – 333.1496538

Catia Gribaudo
catia81@gmail.com – 335.7015761

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Come nasce un laboratorio di storie: Scrittura-Azione

Qual è la storia di Scrittura-Azione?
Perchè è giusto che un laboratorio di storie, e che ne raccoglie tante, abbia la sua.

Inizia tutto a settembre 2017, quando io e Catia Gribaudo conduciamo, all’interno della rassegna Giornata delle ArtiXTutti, il laboratorio di scrittura autobiografica “Il cortile della mia infanzia”.

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Da gennaio ad aprile 2018 io, Catia e Martino facciamo partire la prima edizione del laboratorio Scrittura-Azione.
Si forma un gruppo di 10 persone, vitale e creativo. Anche nutriente: l’immagine dei pomodori ci accompagnerà dal primo incontro.

Nel frattempo organizziamo un incontro aperto in cui incontriamo Carie; Andrea, Manuela e Paolo, membri della redazione, sono super gentili e disponibili e hanno finito per giocare e scrivere con noi. GUARDA QUI LE FOTO

Quasi un mese fa, Scrittura-Azione è tornato alla Giornata delle ArtiXTutti con un laboratorio a tema sulla Poesia, in cui abbiamo esplorato la ricchezza della parola e scritto una poesia di gruppo, in cui, come un segno del destino, sono tornati i nostri pomodori. GUARDA QUI LE FOTO

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E ora, eccoci qua. Ancora io e Catia, con gli stessi metodi di azione e interazione. Questa volta abbiamo un programma completamente diverso, diviso in tre moduli, e ricordo che è possibile partecipare solo a uno o due di questi.
Il nostro programma:

1° modulo IL ROMANZO DI FORMAZIONE

22 ott. Raccontami una storia
29 ott. Il viaggio dell’Eroe
05 nov. “Nelle situazioni di crisi, all’Eroe manca sempre la sua arma”

2° modulo IL POTERE DELLA PAROLA

12 nov. Formule magiche e altri Abracadabra
19 nov. Filastrocche e giochi da ragazzi
26 nov. Il potere dell’amore nella poesia

3° modulo IDENTITA’ E ALTERITA’

03 dic. La maschera
10 dic. Gli altri siamo noi?
17 dic. Specchio delle mie brame

Per informazioni e iscrizioni, inviare una email a torinopsico@gmail.com

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L’attacco di Pan…ico

Cosa sono gli attacchi di panico?

In sintesi, manifestazioni di ansia molto intense, accompagnate da sintomi fisici di malessere, perdita di contatto con la realtà e senso di morte imminente. Quando il senso di angoscia che ci fa dire “mi sento morire” si manifesta attraverso il corpo, si può incorrere in un attacco di panico.

Possono essere ricorrenti e spingere chi ne soffre a isolarsi, a non uscire di casa, interrompere attività quotidiane e di routine. Può accadere, in occasione di attacchi di panico accompagnati da sintomi fisici molto forti, di ritrovarsi in pronto soccorso, certi di stare male, molto male. E in effetti è così, soltanto che si tratta di sintomi causati dall’ansia e non di ansia derivante da una patologia organica.

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La parola panico ha origine dal nome del dio Pan, un fauno dall’aspetto spaventoso con zampe e corna caprine, divinità della natura, dei pascoli, dei campi e delle greggi; ha un’indole selvaggia, segue gli istinti ed è solito molestare le ninfe nella foresta, comparendo improvvisamente.
Impetuoso e violento, sembra arrivare senza una ragione, e improvvisamente, come è venuto, se ne va. Così si sentivano le ninfe, così si sente chi ha sperimentato un attacco di panico.
Ma il nome “attacco di panico” deriva da una caratteristica particolare del dio, ovvero l’urlo di pan, capace di lasciare i nemici in uno stato di terrore, semisvenuti e spossati, immobilizzati e incapaci di prendere decisioni.

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Perchè si manifesta un attacco di panico?

Forse colpisce chi vive contro (la propria) natura, chi è troppo controllante? Il dio viene a ricondurre su sentieri altri, più connessi ai nostri istinti, bisogni e desideri?
Pan è figlio di Ermes, il messaggero degli dei: allora forse il comportamento di Pan quando ci possiede rivela un senso, un messaggio?
Questa divinità stupra e spaventa, ma al tempo stesso può salvare, in accordo con la psicologia analitica di Jung che prevede l’integrazione e la compresenza degli opposti; in Amore e Psiche di Apuleio, quando Psiche tenta il suicidio gettandosi nel fiume, la fanciulla incontra Pan che la dissuade e le suggerisce un modo diverso di agire.

L’attacco del dio Pan, in breve, chiede a gran voce di essere ascoltato.

Dove conduce questo cammino nella foresta, dipende caso per caso, ma la destinazione è sempre la stessa: una ritrovata armonia con l’anima.

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