Storie che curano: i miti e le fiabe

«Non è l’uomo che va curato ma le immagini del suo ricordo, perché il modo in cui ci raccontiamo e immaginiamo la nostra storia, influenza il corso della nostra vita»

Si tratta di una frase di James Hillman, psicanalista junghiano, all’interno del suo libro “Storie che curano”. Secondo la teoria di Jung (inizialmente amico e allievo, poi rivale di Freud) esiste un inconscio collettivo, in cui ogni uomo condivide immagini e rappresentazioni simboliche con la sua cultura di riferimento; queste immagini vengono chiamate archetipi. Gli archetipi sono quindi immagini ereditate dagli antenati e si rivelano di grande importanza non solo nei casi di psicopatologia, ma anche nella vita quotidiana, poichè possono influenzare la nostra interpretazione della realtà e quindi il nostro comportamento.

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Apollo e Dafne, statua del Bernini

Hillman in particolare studiò gli archetipi all’interno dei miti. Da un lato, dai miti  possiamo ricavare dei messaggi che riguardano lo sviluppo dell’essere umano e della psiche. Lo stesso Freud infatti utilizzò l’Edipo Re, opera che parla del tabù universale dell’incesto, per spiegare la sua teoria chiamata complesso di Edipo, per cui la maturazione del bambino passa attraverso l’identificazione col genitore del proprio sesso e il desiderio nei confronti del genitore del sesso opposto. Dall’altro, Hillman considera la psicoterapia come un processo di presa di coscienza  del  proprio  mito  personale,  il  quale  nasce  dall’inconscio  collettivo  e  si  caratterizza atraverso i nostri sogni, i sintomi, i ricordi.

Dal mito deriva la fiaba; le fiabe popolari sono il ricordo dell’antica cerimonia del rito d’iniziazione, durante il quale veniva  festeggiato  il  passaggio  dei  ragazzi  dall’infanzia  alla vita  adulta.  Essi dovevano superare numerose prove per dimostrare di saper affrontare da soli le avversità e quindi di meritare l’ingresso nella nuova comunità. Non a caso, le fiabe hanno come tema proprio il processo di individuazione, ovvero il passaggio all’età adulta e il distacco dai genitori.

Marie-Louise von Franz è stata una psicoanalista svizzera, allieva e collaboratrice di
Carl Gustav Jung, e ha esplorato a fondo gli archetipi nelle fiabe; ecco cosa scrive nel suo libro “Le fiabe interpretate”, in riferimento al tema dell’individuazione:

«Dopo aver lavorato per molti anni in questo campo, sono giunta alla conclusione che tutte le fiabe mirano a descrivere un solo evento psichico, sempre  identico,  ma  di  tale  complessità,  di  così  vasta  portata,  e  così  difficilmente riconoscibile da noi in tutti i suoi diversi aspetti, che occorrono centinaia di fiabe e migliaia di versioni, paragonabili alle variazioni di un tema musicale, perché questo evento penetri alla coscienza (e neppure così il tema è esaurito)»

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Statua della Sirenetta a Copenaghen

Von Franz, inoltre, paragona la fiaba ai sogni:

  • al pari del sogno, la fiaba è una rappresentazione simbolica di un determinato problema;
  • come un sogno, la fiaba è fatta di una trama, di personaggi e di simboli che, per essere interpretati, devono essere amplificati;
  • come le immagini di un sogno possono essere considerate lati del sognatore, i vari personaggi di una fiaba possono rappresentare tratti della personalità dell’eroe: ad esempio, quando in una fiaba una donna incontra una strega, incontra anche i suoi lati stregoneschi.

Queste sono le storie che curano: messaggi, tramandati attraverso l’inconscio collettivo, che si fanno portatori del sapere e della saggezza di una determinata cultura e società, e attraverso i miti, le fiabe popolari, e i nostri stessi sogni, suggeriscono al singolo individuo una morale, un ammonimento o una soluzione. Così le vecchie storie non sono solo per bambini, eppure è importante che i bambini le apprendano. Vorrei concludere con una citazione presente in “Guarire con una fiaba” di P. Santagostino:

«Da un’analisi attenta delle fiabe si vede che in esse non ci sono solo bambini,  ma  anche  giovani,  ragazzi,  adulti  e  vecchi,  quindi  le  fiabe preannunciano  le  future  tappe  dell’esistenza,  con  le  difficoltà  che  si potranno presentare e le maniere in cui superarle. In questo senso le fiabe sono per i bambini un corso completo di formazione alla vita»

Sistema Tessera Sanitaria

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Sulla Gazzetta Ufficiale del 13 settembre 2016 è stato pubblicato il Decreto, firmato in data 1° settembre, con il quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha ampliato la platea dei soggetti obbligati alla comunicazione dei dati al “Sistema Tessera Sanitaria” includendo gli psicologi.

I dati raccolti verranno trasmessi dal Sistema Tessera Sanitaria all’Agenzia delle Entrate al fine di predisporre il modello 730/Unico precompilato. Ricordo infatti che la prestazione dello psicologo è di tipo sanitario, pertanto le fatture possono essere scaricate dalla dichiarazione dei redditi.

Ai sensi del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 31 luglio 2015 e dei successivi Provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate del 31 luglio 2015 e 29 luglio 2016, il paziente può esercitare il diritto di opposizione alla comunicazione dei propri dati da parte del professionista al Sistema Tessera Sanitaria, in virtù del diritto alla privacy e al segreto professionale.

Privacy Concept

Ciò può essere fatto a partire dalle fatture emesse dal prossimo 14 novembre, tramite esplicita richiesta verbale da annotarsi in fattura a cura del professionistaQUI sono disponibili ulteriori informazioni a riguardo.
Qualora il paziente non esprima oralmente la sua opposizione all’invio dei dati, il professionista provvederà a comunicare i dati della fattura al S.T.S. secondo le modalità e nei termini previsti dalla legge.

Impulsivi e riflessivi: l’eterna lotta

Quando si parla di carattere impulsivo o riflessivo, viene subito in mente l’eterna lotta tra istinto e logica, passione e razionalità.
Molte volte ci si definisce in un modo o nell’altro… per poi accorgersi, col passare del tempo, di essere passati da una modalità all’altra.

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Nel linguaggio quotidiano, si definisce impulsiva una persona che agisce senza pianificare e riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni; in questo senso, l’impulsivo assume una connotazione negativa.
Di contro, specialmente tra i più giovani, chi si definisce più impulsivo spesso vuole evidenziare un’onestà e ingenuità di base, che portano a seguire il cuore piuttosto che la mente.
Ma gli stereotipi negativi non risparmiano nemmeno le persone riflessive, che possono essere giudicate calcolatrici e astute…o al contrario, eterni indecisi in preda ai dubbi.

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Di seguito presento brevemente alcune teorie psicologiche sull’impulsività (Bonino, 1997).

IMPULSIVITA’ COME… CARATTERISTICA TEMPERAMENTALE
Come temperamento si definisce una disposizione ereditaria, ovvero un insieme di caratteristiche della personalità relativamente stabili nel tempo e riconducibili al nostro patrimonio genetico. Secondo questa teoria, l’impulsività è determinata da un basso controllo inibitorio e il suo opposto sarebbe la deliberatezza.

IMPULSIVITA’ COME… TRATTO DI PERSONALITA’
All’interno della teoria della personalità di Murray si definisce impulsività la tendenza ad agire velocemente, sulla base dell’intuizione e dell’emotività. Anche in questo caso, il tratto di personalità rappresenta una modalità relativamente stabile dell’individuo di rapportarsi alla realtà, ma a differenza del temperamento viene a mancare una predisposizione biologica. L’impulsività può caratterizzare la personalità sia infantile che adulta e può essere associata a condotte antisociali.

IMPULSIVITA’ COME… STILE COGNITIVO
Gli studi compiuti nell’infanzia dimostrano che uno stile cognitivo meno improntato alla riflessività (definita come tempo di latenza e accuratezza), può determinare un individuo più impulsivo. In questo caso, un bambino impulsivo che deve rispondere a un quesito di cui non conosce la risposta sarà più veloce a rispondere, ma meno accurato, ovvero avrà una maggiore probabilità di fare errori.


In conclusione, è difficile poter definire in modo assoluto positiva o negativa l’impulsività; se in momenti di rabbia o stress è possibile il generarsi di “agiti”, ovvero comportamenti (fisici o verbali) dettati dall’impulso e di cui in futuro ci si può pentire, è anche vero che seguire l’istinto e il sentimento a volte è la migliore delle soluzioni.
Esistono dei casi estremi, ad esempio le situazioni di emergenza, in cui fermarsi a riflettere può evitare catastrofi ancora più grandi; quei pochi secondi che si ha la sensazione di “perdere”, sono un guadagno in termini di conseguenze.

Al contrario, a volte una situazione si può affrontare solo usando l’istinto, senza pensare troppo; è il caso di quando non siamo sicuri della corretta scrittura di una parola in una lingua straniera, o quando stiamo affrontando una performance sportiva. In queste circostanze sono gli automatismi a salvarci.

Io credo che, come in tutte le cose, la verità stia nel mezzo. Essere coscienti delle proprie modalità di funzionamento e cercare di compensarle dove necessario, può essere il modo giusto di affrontare le situazioni della vita.

Festival della Psicologia 2016: la fiducia

Dal 31 marzo al 3 aprile 2016 a Torino ritorna il Festival della Psicologia (di cui ho già parlato recentemente QUI). Il tema di quest’anno è la fiducia.

Il Festival, organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, è pubblico e aperto alla cittadinanza, ha scopo divulgativo e vuole avvicinare la psicologia alla gente. Per far ciò, sono previste diverse attività: workshop, dibattiti, laboratori creativi di psicodramma e danzaterapia… in cui si parla di fiducia, declinata secondo tematiche di attualità, ad esempio gelosia e crimine, disabilità, la religione e altri, ma anche in momenti di spettacolo.

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Questo è il sito internet del Festival http://psicologiafestival.it/edizione-2016/ che potete trovare anche su facebook all’indirizzo http://www.facebook.com/psicologiafestival
Sul sito potete trovare il programma dettagliato di queste quattro giornate e la possibilità di prenotarsi agli eventi, che ricordo essere gratuiti.

E sulla fiducia, che dire?
Riporto le parole di Alessandro Lombardo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte:
«La Fiducia è quel sottile collante che lega ogni cosa e che, in sua assenza, non permette legami se non permeati dalla paura, o dal sospetto. L’opposto della fiducia non è la sfiducia, ma la paura. Costruire fiducia è quindi il vero modo di prendersi cura. A cominciare dalla madre con i propri figli, luogo primario della fiducia, in poi»

Buon divertimento!

Frasi calde: “Anche io sono un pò psicologo!”

Ci sono frasi, che spesso sentiamo ripetere nella vita quotidiana e possiamo trovare anche in rete, che tendono a far “imbufalire” gli psicologi, ad esempio: “Anche io sono un pò psicologo”.
Mettetevi nei panni di chi ha sudato su manuali e affrontato esami di statistica che proprio non si sarebbe mai aspettato al momento dell’immatricolazione, e se non vi basta, considerate anche le ore di tirocinio gratuito, che si traducono in mesi e mesi, fino all’anno di tirocinio di 1.000 ore necessario per affrontare l’Esame di Stato: una frase del genere può innescare diverse reazioni negative nello psicologo.
In questo articolo non voglio tuttavia soffermarmi sui pregiudizi e le false credenze che ricoprono questa figura, ancora un pò misteriosa, nè parlare di “psicologia ingenua” e teorie del senso comune. Vorrei invece prendere il lato positivo di questo genere di frasi, su cui spesso non ci si sofferma: la trasversalità della psicologia.

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Dal punto di vista storico si tratta di una professione molto giovane: ufficialmente, la psicologia nasce a Lipsia nel 1879 con l’apertura da parte di  Wilhelm Wundt del primo laboratorio sperimentale di psicologia, mentre in Italia il primo corso di laurea in Psicologia nasce nel 1971 nelle città di Padova e Roma.
In particolare, la psicologia fa fatica a trovare in Italia la sua collocazione nel mondo del lavoro, ed è strettamente intrecciata all’ambito sanitario e alla psicoterapia, anche nel senso comune. Quante volte sento confondere per esempio psicologia della salute con la psicologia clinica? Oppure, quante volte uno psicologo che prova  asperimentarsi nell’ambito delle human resources viene guardato con sospetto se proviene da una formazione più clinica?
Queste e molte altre cose avvengono, nella mia personale interpretazione, per due motivi principali: le persone non hanno idea di chi sia uno psicologo, che cosa possa fare e quale sia il suo percorso; e a causa di questa ignoranza, nell’ideologia corrente lo psicologo è principalmente un clinico.

Se non ci stupisce particolarmente che un filosofo si dedichi all’informatica, perchè “in fondo, lui conosce la logica”, non riusciamo di contro ad immaginare uno psicologo fuori dal contesto clinico, se non al massimo come selezionatore in ambito aziendale.
Invece le macroaree della psicologia approssimativamente sono: clinica, comunità, educazione, emergenza, formazione, giuridico/forense/penitenziario, organizzazione/lavoro/hr, marketing e comunicazione, militare, orientamento, salute, sport, turismo, psicologia del traffico, neuroscienze/neuropsicologia/riabilitazione neurocognitiva.
Quindi forse non crediamo di essere “tutti un pò psicologi” soltanto perchè tutti noi siamo mediamente competenti circa lo stare in relazione e il comunicare, elementi che indubbiamente caratterizzano questa professione; ma perchè la psicologia ci sommerge, come onde sulla spiaggia, a volte ci bagna solo la punta dei piedi, altre volte ci ritroviamo nel mare fino al collo.
E così troviamo la gestalt studiando il restauro, le teorie sulla comunicazione e la piramide dei bisogni di Maslow in economia, il costrutto di qualità della vita all’interno di una tesi di laurea in farmacia, le teorie sulla motivazione e il cambiamento inserite in un master per RSPP, le neuroscienze e la teoria della mente in informatica e nel campo dell’intelligenza artificiale. Altri contributi si ritrovano in fisica, ergonomia, biologia. Non è un elenco corto.

La mia riflessione di oggi si riferisce a questo: la psicologia può essere trasversale e dare importanti contributi anche nelle èquipe più inaspettate.
In un contesto come quello attuale, dove ad un grande numero di psicologi vengono ad affiancarsi fattori sfavorevoli quale un cattivo mercato del lavoro e una certa ignoranza sulla materia e le sue potenzialità, trovo fondamentali tutte quelle iniziative atte a diffondere conoscenza.
Con orgoglio posso raccontare che il mio Ordine regionale, quello del Piemonte, ha preso ad organizzare interessanti eventi a riguardo: il mese del benessere psicologico, che si è svolto nel novembre 2013, e il festival della psicologia “momenti di felicità”, durante giugno 2015. Anche altre regioni organizzano manifestazioni simili; si tratta di piccoli, ma importanti passi.


Rimanendo nell’ottica dell’interdisciplinarietà, concludo questo breve articolo con una massima di Albert Einstein:
“È più facile scindere un atomo che abolire un pregiudizio”.