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L’attacco di Pan…ico

Cosa sono gli attacchi di panico?

In sintesi, manifestazioni di ansia molto intense, accompagnate da sintomi fisici di malessere, perdita di contatto con la realtà e senso di morte imminente. Quando il senso di angoscia che ci fa dire “mi sento morire” si manifesta attraverso il corpo, si può incorrere in un attacco di panico.

Possono essere ricorrenti e spingere chi ne soffre a isolarsi, a non uscire di casa, interrompere attività quotidiane e di routine. Può accadere, in occasione di attacchi di panico accompagnati da sintomi fisici molto forti, di ritrovarsi in pronto soccorso, certi di stare male, molto male. E in effetti è così, soltanto che si tratta di sintomi causati dall’ansia e non di ansia derivante da una patologia organica.

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La parola panico ha origine dal nome del dio Pan, un fauno dall’aspetto spaventoso con zampe e corna caprine, divinità della natura, dei pascoli, dei campi e delle greggi; ha un’indole selvaggia, segue gli istinti ed è solito molestare le ninfe nella foresta, comparendo improvvisamente.
Impetuoso e violento, sembra arrivare senza una ragione, e improvvisamente, come è venuto, se ne va. Così si sentivano le ninfe, così si sente chi ha sperimentato un attacco di panico.
Ma il nome “attacco di panico” deriva da una caratteristica particolare del dio, ovvero l’urlo di pan, capace di lasciare i nemici in uno stato di terrore, semisvenuti e spossati, immobilizzati e incapaci di prendere decisioni.

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Perchè si manifesta un attacco di panico?

Forse colpisce chi vive contro (la propria) natura, chi è troppo controllante? Il dio viene a ricondurre su sentieri altri, più connessi ai nostri istinti, bisogni e desideri?
Pan è figlio di Ermes, il messaggero degli dei: allora forse il comportamento di Pan quando ci possiede rivela un senso, un messaggio?
Questa divinità stupra e spaventa, ma al tempo stesso può salvare, in accordo con la psicologia analitica di Jung che prevede l’integrazione e la compresenza degli opposti; in Amore e Psiche di Apuleio, quando Psiche tenta il suicidio gettandosi nel fiume, la fanciulla incontra Pan che la dissuade e le suggerisce un modo diverso di agire.

L’attacco del dio Pan, in breve, chiede a gran voce di essere ascoltato.

Dove conduce questo cammino nella foresta, dipende caso per caso, ma la destinazione è sempre la stessa: una ritrovata armonia con l’anima.

Una psicologia che ci mette la faccia

Ho iniziato a divulgare corrette informazioni sulla salute psicologica, la psicologia di Jung e il lavoro sui sogni.

Se mi vuoi conoscere o sostenere il mio progetto, questi sono i canali che utilizzo maggiormente:

  • BLOG sul sito torinopsico.com
  • INSTAGRAM per divulgare contenuti “a voce” attraverso l’utilizzo delle stories
  • FACEBOOK per informare sugli eventi e i workshop che organizzo

Cerchiamo di creare insieme un mondo virtuale buono e sostenibile.

Grazie!

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ISCRIZIONI (ancora) APERTE per il laboratorio continuativo Scrittura-Azione

E’ ricominciato il laboratorio continuativo Scrittura-Azione, un percorso tra gioco psicologico e scrittura come mezzo di espressione creativa, per abitare metafore, ritrovare memorie, dare nuove forme all’esperienza, in uno spazio creativo e protetto in cui tutto è possibile. E poi tradurlo su carta.

Scrivere per esprimersi e non per imparare a scrivere.
Produrre un elaborato scritto che sia espressione del gruppo intero, oltre che dei singoli.
E azione: per muovere il pensiero insieme al corpo, stimolare l’emergere di ciò che è spontaneo, nuovo e creativo, per poi dargli forma con l’esercizio di scrittura.
Questi sono e sono stati i nostri obiettivi!

Scrittura-Azione è condotto da Cinzia Beluardo e Catia Gribaudo, psicologhe e psicodrammatiste, presso lo Studio di Psicologia di corso Bramante 61, Torino.
Il laboratorio si tiene ogni lunedì dal 22 ottobre al 17 dicembre, dalle ore 21:00 alle 23:00, per un totale di nove incontri tematici. La partecipazione è riservata a un massimo di dieci persone.

Il laboratorio è iniziato lunedì 22 ottobre, tuttavia è possibile ancora:

  • iscriversi al secondo e/o al terzo modulo aggiungendosi al gruppo già formato;
  • partecipare al primo incontro di ogni modulo (22 ottobre, 12 novembre, 3 dicembre) che sono da considerarsi anche sessioni aperte: è quindi possibile fare esperienza del laboratorio una sola volta in queste date ed eventualmente decidere di continuare per l’intero modulo prescelto.

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Programma del laboratorio:

1° modulo: IL ROMANZO DI FORMAZIONE

22 ott. SESSIONE APERTA: Raccontami una storia
29 ott. Il viaggio dell’Eroe
05 nov. “Nelle situazioni di crisi, all’Eroe manca sempre la sua arma”

2° modulo: IL POTERE DELLA PAROLA

12 nov. SESSIONE APERTA: Formule magiche e altri Abracadabra
19 nov. Filastrocche e giochi da ragazzi
26 nov. Il potere dell’amore nella poesia

3° modulo: IDENTITA’ E ALTERITA’

03 dic. SESSIONE APERTA: La maschera
10 dic. Gli altri siamo noi?
17 dic. Specchio delle mie brame

Costi:

  • per chi partecipa all’intero ciclo il costo totate è di 130 euro, anticipando 10 euro in occasione del primo incontro ed effettuando il saldo entro lunedì 29 ottobre;
  • per chi partecipa a un solo modulo il costo è di 50 euro a modulo;
  • per chi partecipa a un solo incontro (sessioni aperte del 22 ottobre, 12 novembre, 3 dicembre) il costo è di 10 euro; se si deciderà di continuare per l’intero modulo si dovrà saldare aggiungendo 40 euro (arrivando così al normale costo prestabilito per ogni modulo).

Per iscrizioni e informazioni contattare:

Dott.ssa Cinzia Beluardo
Tel: 333.1496538 | torinopsico@gmail.com | facebook.com/torinopsico

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Giornata delle ArtiXTutti 2018

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018

ALLA CASA DEL QUARTIERE DI SAN SALVARIO A TORINO

TORNA LA GIORNATA DELLE ARTIXTUTTI!

Una giornata per la pratica delle arti e creatività in gruppo, 15 differenti contesti di laboratorio aperti a tutti.
Una giornata di laboratori tra tra teatro, musica, danza e movimento, artiterapie, video, filosofia, scrittura, psicodramma.
Talk, sperimentazioni, esperienze,momenti di festa Arte per esprimere, scoprire, condividere.

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ArtiXTutti è uno spazio per l’arte partecipata: il processo creativo che coinvolge la persona, al tempo stesso autrice e osservatrice.

Una piattaforma progettuale di operatori delle arti partecipate, performer, formatori, terapeuti delle arti, psicologi, una multiformità di approcci, occasioni di studio, una proposta in continuità aperta alla comunità.

INFORMAZIONI al 3471724561/ 3381897258 www.artixtutti.it
ISCRIZIONI laboratori: artixtutti@gmail.com
Ogni laboratorio ha un costo di 5 € – talk e ingresso ai party libero.

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QUALI LABORATORI POSSO SCEGLIERE?

PER BAMBINI:

PER SOLI UOMINI:

PER SOLE DONNE:

SULLA POESIA:

SULLO PSICODRAMMA:

  • IL MARE laboratorio di psicodramma junghiano
  • INSIDE-OUT laboratorio di psicodramma classico

PERCORSI SENSORIALI:

DANZA E MOVIMENTO:

RACCONTARSI:

TALK:

  • SALOTTO CAT! presentazione del progetto Casa delle ArtiXTutti
  • LIBERA IL FOLLE IN TE presentazione dell’omonimo laboratorio e proiezione del documentario della stagione 2017-2018
  • DANZATERAPIA E DSA progetto di danzamovimentoterapia “L’isola dei sopravvissuti” con bambini aventi disturbi specifici di apprendimento: modalità e risultati

DA NON PERDERE:

  • COLAZIONE SULLE NOTE DELL’ARPA dalle 9:30 in caffetteria
  • IN/VISIBILIO atelier aperto interattivo ore 13:30-17:30 in Saloncino
  • pARTY X TUTTI spazio performance dalle 21:00

E’ consigliato un abbigliamento comodo.
Gli spazi permettono l’accesso alle persone diversamente abili, chi è interessato a partecipare ai laboratori è invitato a contattarci.

La Giornata delle ArtiXTutti è una proposta dell’associazione Lab Pop con il coordinamento artistico di Massimo Rini, coordinata da Eleonora Aschero e Silvia Casarone. LabPop è associazione affiliata a AICS, che ringraziamo.

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Il ciglio del lupo

Questo è una breve storia dedicata alle donne, e a quegli uomini che proprio le donne non riescono a capirle anche se vorrebbero, ma anche agli uomini che invece si sentono molto vicini alla sensibilità del femminile.

 

C’era una volta, e c’è ancora, ma già mentre scrivo non è più la stessa, una donna-lupo.

Questa lupa per molti anni è stata abilmente travestita in forma umana, salvo tradirsi nelle notti di luna piena, quando il richiamo della natura selvaggia è troppo forte.

Nel resto del tempo brancolava (e che verbo meraviglioso è mai questo, per indicare il viaggio dei lupi, animali che abitano nel branco) nel buio delle ombre della foresta.

La natura del lupo è giocosa, ma mordace; si tratta di un animale leale, monogamo, coraggioso e dedito alla cura dei piccoli. Si potrebbe dire che il lupo è legato alla famiglia, ma anche che sia simbolo della fiducia.

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Forse prima ti ho spaventato parlando di natura selvaggia, termine che di per sè potrebbe richiamare ciò che è incontrollato, e quindi pericoloso. In realtà la donna-lupo non cerca altro che vivere una vita naturale, nella sua integrità.

Questa lupa  sta imparando il significato del femminile, della forza necessaria ad essere portale di vita-morte-vita. Tra gli esseri umani non insegnano ad essere creature insieme guerriere e accoglienti, mancano i riti per la vita e per la morte, le donne non si tramandano più i loro segreti sul corpo, sugli uomini e sui sogni.

Perchè sono proprio le donne a correre coi lupi? Perchè sono creature intrinsecamente connesse, legate a ciò che è onirico, notturno e ombroso. A ciò che è istintuale, al sentire, che sia col cuore, con i sensi o con l’intuizione.

Alla donna-lupo, quando è giovane e inesperta, manca la saggezza. Deve andare a pungersi il naso con i ricci, impiastricciare le zampe nel fango, correre fino a perdersi, per imparare qualcosa sul mondo, ma soprattutto per imparare a fidarsi del suo sentire.

 

Ma una storia ne chiama un’altra, e così di seguito riporto “Il ciglio del lupo”, inserito da Clarissa Pinkola Estes nel suo Donne che corrono coi lupi.

 

“Non andare nel bosco, non uscire“, dissero. “E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco stasera?” domandò lei.
“C’è un lupo grande grande che mangia le creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio.”
Naturalmente, lei uscì. Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto.
“Hai visto? Te l’avevamo detto” osservarono soddisfatti.
“Questa è la mia vita, e non una favola, stupidi che non siete altro“, disse lei.
“Io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio.”

Ma il lupo che incontrò aveva una zampa imprigionata nella trappola. “Aiutami, oh, aiutami! Ahi, Ahiiii!” urlava. “Aiutami, oh, aiutami! Ti darò la giusta ricompensa.”
Perché così si comportano i lupi in racconti di questo genere. “Come posso essere sicura che non mi farai del male?” chiese lei. Stava a lei porre domande.
“Come faccio a sapere che non mi ucciderai e non lascerai di me le ossa soltanto?” “Domanda sbagliata“, ribatté il lupo. “Devi soltanto credere alla mia parola.” E riprese a urlare e a gemere e a lamentarsi.
“Oh, ahiiiii!Ahiiiii!Ahiiiii! C’è una sola domanda che vale la pena porre, cara ragazza. Oh Ahiiiii!”

“Senti lupo, correrò il rischio. Ecco qua!” e fece scattare la trappola, e il lupo tirò fuori la zampa e lei gliela fasciò con erbe e foglie. “Ah, grazie, cara ragazza, grazie mille”, sospirò il lupo.
E siccome lei aveva letto troppi racconti del tipo sbagliato, si mise a gridare: “Avanti, ora uccidimi pure, e finiamola con questa faccenda”. E invece no, non andò affatto così.
Il lupo le posò la zampa sul braccio. “Sono un lupo di un altro tempo e di un altro luogo”, affermò.
E, strappatosi dall’occhio un ciglio, glielo porse dicendo: “Usalo, e sii saggia. D’ora in poi saprai chi è buono e chi tanto buono non è. Guarda semplicemente con i miei occhi, e vedrai con chiarezza.
Per avermi lasciato vivere, ti permetto di vivere in modo che non si è dato mai. Rammenta, c’è un’unica domanda che valga la pena porre, cara ragazza: dov’è l’anima?”

E così se ne tornò al villaggio, felice di aver salva la vita.
E questa volta quando dissero: “Resta qui come mia sposa”, oppure “Fà come ti dico”, o “Dì quel che ti dico di dire, e resta una pagina bianca come il giorno in cui sei venuta”, prendeva il ciglio del lupo e attraverso quello guardava e vedeva i loro moventi quali mai li aveva visti prima.
E la prima volta che il macellaio pesò la carne, lei guardò attraverso il ciglio del lupo e vide che pesava anche il suo pollice.
E guardò il suo corteggiatore che disse: “Vado così bene per te”, e vide che non andava bene per niente al mondo. E così, e in tanti altri modi ancora, fu salvata, non da tutte ma da molte sventure.
Inoltre, con questa capacità nuova, non soltanto vide l’infido e il crudele, ma iniziò a crescere immensa di cuore, perché guardava ogni persona e la soppesava in modo nuovo attraverso il dono del lupo che aveva salvato.

E vide quelli davvero gentili, e a loro si avvicinò, trovò il suo compagno, e rimase con lui per tutti i giorni della sua vita, seppe distinguere i coraggiosi, e a loro si avvicinò, comprese le persone leali, e a loro si accostò, vide lo smarrimento sotto la collera, e si affrettò ad alleviarla, vide amore negli occhi dei timidi, e a loro si avvicinò, vide la sofferenza sulle labbra tirate, e ne corteggiò il riso, vide il bisogno nell’uomo senza parole, e per lui parlò, vide la fede in profondità nella donna che diceva di non avere fede, e della sua fede si riaccese.
Ogni cosa vide con il suo ciglio di lupo, tutte le cose vere, e tutte quelle false, e quelle rivolte verso la vita, tutte le cose viste soltanto attraverso gli occhi di ciò che pesa il cuore con il cuore, e non con la mente soltanto. Fu così che apprese che è vero quel che si dice, che il lupo è il più saggio di tutti.

Se ascolti con attenzione, il lupo nel suo ululato sempre va ponendo la domanda più importante.
Non dove si troverà il cibo, dove si svolgerà il prossimo combattimento, né dove la prossima danza, ma la domanda più importante onde vedere dentro e al di là e soppesare il valore di tutto ciò che vive:
“Dov’è l’anima? Dov’è l’anima?
Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio. Andate nel bosco, andate. Andate nel bosco, andate.”

 

Questo è solo un esempio delle mille storie che raccontano come si diventa lupe. La Lei in questione, va nel bosco, decide di rischiare  e di fidarsi del lupo, che altri non è se non la sua natura selvaggia. Lì nel bosco, ne trova un pezzetto, un ciglio. E decide di usare quel frammento come una lente, per soppesare lo stato delle cose e la vita condotta fino a quel momento.

 

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Piccola gallery con alcuni disegni di Chiara Bautista

 

Con il tempo, con l’esperienza, anche sbagliando (poichè fu salvata da molte sventure, ma non da tutte), crebbe immensa di cuore, saggia… e nella sua nuova saggezza da lupa, si faceva delle domande, una in particolare era la più importante, quella che guidava il suo cammino: dov’è l’anima?

Di cosa si tratta, ditelo voi.

Buon viaggio.

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Piccolo decalogo del prendersi cura: come stare vicino a chi soffre

La vita è un’altalena di gioie e dolori, a tutti noi succede di essere felici e soddisfatti, e a volte di soffrire. Talvolta invece soffrono le persone che abbiamo vicino. Questo articolo nasce da alcune riflessioni pensate per chi, nei momenti critici, sente di non sapere mai cosa dire, cosa fare o come comportarsi. Perchè stare vicino a chi soffre non è semplice, nonostante il desiderio di prendersi cura dell’altro.

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#01: Il dolore non sempre è visibile e manifesto

Ci sono sofferenze nascoste. Che siano dentro al corpo, in punti dove i nostri occhi non possono vedere, o che siano sofferenze della psiche o dell’anima, bisognerebbe semplicemente capire che esistono, e si manifestano magari in modi non convenzionali. Chi ne è spettatore deve ricordarsi di non minimizzare nè banalizzare un dolore che non si può vedere; è più facile comprendere chi ha, per esempio, una gamba ingessata, che non… una depressione, una malattia autoimmune, il cuore spezzato. Peccato che, spesso, l’essenziale sia invisibile agli occhi, come insegnava una volpe al piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Non si vede bene che col cuore. Se non sapete cosa fare, abbiate sentimento, abbiate anima.

#02: Il dolore dell’altro può avere delle conseguenze anche su di noi

Cosa significa? Che, per fortuna, non siamo immuni e impermeabili al dolore dell’altro, soprattutto se si tratta di una persona a noi vicina; dico “per fortuna” perchè siamo umani e non robot. E’ proprio nel momento in cui siamo toccati dalla sofferenza che sentiamo di non sapere più come comportarci, perchè il dolore dell’altro è così grande che inizia a generare un germoglio di ansia dentro di noi. La tentazione può essere quella di allontanarsi, perchè non è semplice riuscire a stare con la sofferenza, oppure di voler a tutti i costi dire o fare qualcosa di riparatorio o di consolatorio. In questo caso è importante riconoscere la propria ansia e capire che si tratta di una reazione alla situazione contingente, che si può gestire senza fuggire e senza voler strafare. E’ l’altra faccia dell’empatia: farsi contagiare un poco dal dolore dall’altro, permette anche una maggiore vicinanza e una maggiore comprensione.

#03: Non curare, ma prendersi cura

Di qualsiasi sofferenza si tratti, difficilmente si può “curare” l’altro che soffre. La bacchetta magica non è un accessorio che abbiamo in dotazione alla nascita. E’ però possibile coltivare una funzione interna che tutti possediamo, la capacità di prendersi cura dell’altro. La psicologia come scienza ha fatto del “prendersi cura” un mestiere, con i suoi strumenti e le sue peculiarità, ma ricordiamoci che la psicologia è una funzione della mente, e in questo senso “siamo tutti un pò psicologi”. Come prendersi cura di chi sta male, se siamo un amico, un parente, un collega o il partner? Esistono competenze non specialistiche che sono alla portata di tutti: non giudicare, ascoltare, offrire la propria presenza. In una parola: esserci.

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#04: Il rispetto per l’altro

E’ importante rispettare il dolore dell’altro, ma lo è anche rispettare il modo in cui il diretto interessato affronta la situazione dolorosa. Ognuno ha il suo modo di reagire ai fatti della vita, non date per scontato che tutti facciano come voi, o che il vostro metodo sia il migliore. A volte il confine tra dare un consiglio e dare un giudizio è sottile.

#05: Questione di buon senso: non esagerare

Quando non si sa cosa dire o cosa fare, lasciarsi guidare dal semplice buon senso è già un’ottima soluzione. Non esagerare: flagellarsi sulla pubblica piazza per esprimere cordoglio e solidarietà non porterà a nulla. Professarsi in messaggi e telefonate strappalacrime risulterà strano se a farlo è un semplice conoscente e non l’amica del cuore. Pubblicare messaggi di simpatia e vicinanza sui social, generalmente è indelicato. Poichè avete la fortuna di non essere voi a soffrire in prima persona, non siate una presenza ingombrante per il vostro amico/collega/parente/ecc. Sarà sufficiente un semplice: “mi dispiace, sono qui per te”.

#06: Chiedi

“Sei triste, vieni che ti faccio divertire io” non sempre può essere una valida strategia per stare vicino a qualcuno che soffre. Oltre a presumere i bisogni dell’altro, a volte chi sta male non ha bisogno di troppe parole e troppa presenza, ci sono situazioni in cui sono graditi il silenzio e il rispetto degli spazi personali. La solitudine può anche fare bene, specialmente alle persone più introverse. Piuttosto, se vi sembra che l’isolamento stia diventando eccessivo, iniziate a chiedere. Chiedi “come stai” per sapere la verità e non la risposta convenzionale “bene”. Chiedi e ascolta. Chiedere è anche un modo per stare più vicino.

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#07: Il rischio di fare paragoni

Ogni persona è diversa, ogni dolore è diverso. Se l’ansia di “fare qualcosa” per l’altro vi spinge sulla via del “io farei/Tizio ha fatto”, chiedetevi se è davvero utile per chi soffre saperlo, o se così state placando la frustrazione di sentirvi inutili. Condividere una strategia o delle conoscenze di cui avete avuto esperienza diretta, in determinate situazioni può effettivamente aiutare l’altro, magari per non farlo sentire solo. Se invece subentrano le parole “meglio” e “peggio”, il rischio è di fare paragoni e giudicare.

#08: Sdrammatizzare

In determinate situazioni si può avere la tentazione di sdrammatizzare, fare una battuta. Certamente si può fare, con tatto e delicatezza, quando però la sofferenza non è acuta, ovvero non è al suo massimo. Evitate invece le battutacce o l’amara ironia. Non servono parole argute, che rischiano di fare solo male se l’altro non è ben disposto. Allenate, piuttosto, i muscoli del sorriso nella palestra della sensibilità.

#09: Il silenzio è d’oro

Non sapete cosa dire? Non dite nulla. Forse significa che non c’è niente da dire. Ascoltate, che siano parole o che sia silenzio, poichè lì volano i pensieri e soprattutto le emozioni. Il silenzio indica rispetto. Siate presenti, siate testimoni, siate la spalla su cui piangere. Non siamo fatti di sole parole, abbiamo un corpo che può abbracciare, scaldare, confortare, sostenere. Ed è già molto. La presenza parla più di mille parole.

#10: Non usate tattiche o “psicologia inversa”

Di fronte al dolore c’è bisogno di sincerità e dignità. Niente strategie, niente trucchi, niente provocazioni o strani tentativi di “psicologia inversa”. Non caricate il vostro amico/partner/familiare con inutili pesi aggiuntivi. Non indorate la pillola. Guardatevi nello specchio della vostra anima e fate i conti con il vostro giudice più crudele: voi stessi. Cosa fareste al suo posto? Cosa vorreste o non vorreste sentirvi dire? Ovviamente siamo tutti diversi, sentiamo e vogliamo cose diverse, ma queste domande, tenendo conto dei punti già trattati da questo piccolo decalogo, possono essere una bussola per orientarvi.

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Conclusioni

Queste riflessioni, frutto di studio, letture ed esperienze di lavoro e di vita, vanno sempre contestualizzate. A cosa servono questi dieci punti? A rassicurarvi: less is more, meglio fare “poco”. Che, in realtà, poco non è. Nessuno di noi è un salvatore, e “tanto” rischia di diventare “troppo” in un attimo. Essere presenti, onesti, rispettosi; chiedere e ascoltare invece di riempire il vuoto con le vostre parole. Tollerare il silenzio, soffrire un pò insieme all’altro. Basta riuscire a seguire un punto qualsiasi di questo decalogo per stare veramente vicino a una persona che per qualche motivo sta soffrendo e si trova ad affrontare un momento difficile della sua vita.

Tuttavia capiterà di fare degli scivoloni, capiterà di non sertirsi abbastanza, e allora vi regalo le parole di un grande analista del passato, Donald Winnicott. Alle madri, ruolo per eccellenza di chi si prende cura dell’altro, diceva di essere “sufficientemente buone” con i loro figli, e similmente ai colleghi diceva “non cercare di essere uno psicoterapeuta perfetto, ammesso e non concesso che possa esistere, sarebbe troppo impegnativo per il paziente”. E per te stesso.

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Quando la cicogna vola via

Gli psicologi lo sanno bene: esistono argomenti tabù, difficili da affrontare persino in terapia. Questi riguardano principalmente il sesso, il denaro, la morte.
Per quanto riguarda la morte, ho per così dire riscontrato un tema “accessorio”, di cui si parla veramente poco: l’aborto spontaneo.

Nella società come nel quotidiano a volte viene nominato l’aborto, ma in termini di interruzione volontaria di gravidanza (IVG), che rappresenta anche un tema politico; se riflettete per un attimo, vi accorgerete che è difficile sentir parlare di aborto spontaneo. Dal canto mio, posso testimoniare che anche la letteratura scientifica sull’argomento scarseggia, pure in psicologia. Asserisce un report ISTAT (2017)*: “l’Italia è comunque uno dei pochi Paesi ad avere un’indagine dedicata specificamente al fenomeno”.

Che si tratti di un vero e proprio tabù culturale, ce lo fa capire persino wikipedia, quando scrive “Alcuni raccomando di non usare il termine ‘aborto’ nelle discussioni con coloro che subiscono un aborto spontaneo, nel tentativo di diminuire il disagio”. Peccato che non nominare l’evento che provoca dolore, renda difficile l’elaborazione di un lutto che a queste condizioni non trova spazio nè dignità. Infatti il significato del tabù è proprio questo: qualcosa di non dicibile, di proibito (proprio come era l’IVG in Italia prima della legge 194 del 1978 e come è ancora in alcuni Paesi).

Quando inizia una gravidanza, scaramanzia vuole che non se ne parli fino al terzo mese, termine oltre il quale è meno frequente incorrere in un aborto. In questo modo, dovesse succedere il peggio, nessuno o quasi lo saprebbe, e non si sarebbe costretti a parlarne. Tabù: inesprimibile. E’ così anche nel famoso gioco di carte, taboo, caratterizzato dall’immagine stilizzata di un volto che si copre la bocca con una mano.

Se però l’informazione non circola, non si sa nemmeno che questo avvenimento può accadere, e con quale frequenza.
L’aborto, la fine di una vita nel suo principio, è un fatto doloroso anche per chi non lo vive e mette un’ansia tale che può succedere di sentirsi dire da personale medico, amici e familiari una frase maldestra: Ti sei affaticata? E’ selezione naturale. Ecc.

Roots by Frida Kahlo
Roots, Frida Kahlo

Qual è la verità? Cosa si cela di invisibile sotto la coltre del silenzio?
Che l’aborto spontaneo può succedere, anche in coppie perfettamente sane e giovani, e spesso riguarda alterazioni cromosomiche, per cui può davvero non esserci una causa apparente. In tempi così precoci, poi, è quasi impossibile intervenire se escludiamo lo stare a riposo e l’assunzione di progesterone, e possono essere alti i livelli di frustrazione e il senso di impotenza della coppia come del personale sanitario.
E poichè nessuno ne parla, nemmeno ci si immagina che “Secondo la letteratura l’evento rappresenta l’esito di circa il 15 per cento delle gravidanze clinicamente riconosciute (Alijotas-Reig, Garrido-Gimenez, 2013). Se si considerano anche le gravidanze interrotte precocemente e che possono venire scambiate come irregolarità mestruali, alcune stime si assestano attorno al 30 per cento: quindi circa un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo”. *

Come reagire di fronte a un simile lutto? Ognuno è diverso e troverà il suo modo e i suoi tempi. Non dubitate mai che si tratti di un vero e proprio lutto, che l’aborto sia spontaneo o sia stata una IVG, e a prescindere dalla settimana o dal mese in cui avviene.
Abbandono dal principio qualsiasi intento consolatorio e mi limito a riportare alcune testimonianze scritte insieme alle due canzoni che ho scelto per accompagnare la lettura.

 

* ISTAT, La salute riproduttiva della donna, 2017

 

“Nonostante Peter ricordi ancora la piccola Maimie, è tornato gaio e spensierato come sempre, e spesso quando è al culmine della felicità salta giù dalla sua capra e si sdraia sereno sull’erba. Oh, che ore gioiose!
Tuttavia continua a serbare un vago ricordo di quando era un essere umano, ed è per questo che è sempre gentile con le rondini domestiche che si recano in visita sull’isola, perchè le rondini domestiche sono gli spiriti dei neonati morti. Questi uccelli costruiscono sempre i loro nidi sulle grondaie delle case in cui vivevano quando erano bambini, e talvolta tentano di entrare nelle loro camerette dalla finestra: forse è per questo che Peter ama questi uccelli più di tutti gli altri.”
Peter Pan nei Giardini di Kengsinton, J. M. Barrie (1906)

 

“Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda s’accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.”
Lettera a un bambino mai nato, O. Fallaci (1975)

 

“L’inverno era stato freddissimo: neve, gelo e vento per mesi e mesi avevano
fatto da padroni sulla terra.
Era passato febbraio, ma nessun fiore osava mostrarsi, nessuna foglia aveva
voglia di schiudersi,
“Se viene il vento gelido, per noi è finita” – dicevano le pratoline
nascoste sotto terra al calduccio.
“Qui sto bene” – diceva la gemma e rabbrividiva sul ramo.
“Quest’anno continueremo a dormire “– ripetevano le viole.
Ma un alberello tutto nero che si alzava diritto sul colle disse:
“Proverò io e se i miei fiori saranno bruciati dal gelo, pazienza, ne
metterò degli altri”.
E un mattino mise fuori, timido timido, il primo fiore. Non faceva poi così
freddo! Subito ne mise un altro, e poi un altro ancora.
Ben presto la pianta fu tutto uno splendore di petali bianchi.
L’aurora che si affacciava guardò commossa l’alberello coraggioso e per
premiarlo gli diede i suoi colori.
I petali bianchi si tinsero di un rosa delicato.
Da quel giorno, tutti gli anni, appena l’inverno finisce il mandorlo si copre di
petali bianco rosati e annuncia agli uomini che la primavera è vicina.”
Leggende di Fiori, F. Riggio Lorenzioni (1960)