Uncategorized

L’amore non fa rumore?

“L’amore non fa rumore” è una delle frasi che lampeggiano su Torino fra le luci d’artista. Questo Natale, è stata appesa proprio qui vicino, nel quartiere Santa Rita, più precisamente proprio davanti alla chiesa che dà il nome al quartiere.

Non ho resistito alla tentazione di fotografare queste luci, ancora spente, ma colorate dal rosa di un romantico tramonto.

DSC_0007

Ma… l’amore non fa rumore?

Diventa assordante il fruscìo delle ali di farfalla che battono nello stomaco.

Il cuore, nel petto, rimromba come un tuono.

Il sangue nelle vene corre più veloce, la pulsazione aumenta in un crescendo di tamburi.

Non senti anche tu scricchiolare ogni singolo osso del tuo braccio, quando lo allunghi per dare una carezza?

Nel silenzio dei pensieri, che spariscono per far spazio all’emozione, il vuoto tra il mio orecchio destro e il sinistro si riempie di sinfonie. Il mio amore è sempre stato molto rumoroso.

Che rumore fa il vostro amore?

Se qualcuno ha piacere di rispondere con un commento, il prossimo post su questo blog sarà dedicato a queste risposte, per parlare in modo più approfondito proprio dell’Amore, dalla vostra prospettiva. Grazie.

Uncategorized

Fiabe che uniscono

Qualche sera fa mi è successo un fatto curioso. Ero intenta a leggere un libro di fiabe persiane e non sapevo che nello stesso momento mio marito stesse spulciando le fiabe di Andersen. Ad un certo punto, letta una storia interessante, decido di raccontargliela: si tratta di “Il furbo Kachal e le pecore marine”. Mio marito mi ascolta e, sorpreso, esclama di aver appena letto una fiaba del tutto analoga di Andersen, “Il piccolo Claus e il grande Claus”.

Che succede? Che ci fanno fiabe uguali in culture diverse? Ci sono fiabe che uniscono i bambini danesi e quelli persiani, ma loro lo sanno? E perchè accade?

55932l-64CHDKRS

FIABE E MITI NEL MONDO

E’ abbastanza risaputo che miti e fiabe, ovvero storie profondamente radicate nella cultura di un popolo, abbiano elementi che si ripetono in diverse parti del mondo. L’esempio più noto è quello del Diluvio universale, ripreso in più versioni in Europa, Medio-Oriente, Asia, Oceania e America.

Ma esistono anche diverse Cenerentola, dove la scarpetta di cristallo viene sostituita dal sandalo d’oro in Cina e dallo zoccolo d’oro in Arabia; e, come ho potuto recentemente scoprire, greggi di pecore o vacche marine scorazzano nei mari del nord Europa come in Persia.

Moosea

Questo accade da molto tempo prima che vi fossero internet e la globalizzazione. Che le fiabe e altre storie abbiano viaggiato nel mondo, esattamente come le merci? Può darsi, ma alla base c’è di più.

LE FIABE E LA PSICHE

A me piace pensare, in modo un pò illuministico, che gli uomini siano tutti uguali. Paese che vai, cambiano certamente gli stili di vita, usi e costumi, ma le storie, miti e fiabe, pressochè rimangono le stesse. Perchè la psiche e il suo funzionamento non cambiano.

Come già scrivevo in precedenza, ci sono Storie che curano: i miti e le fiabe. Cosa cura una fiaba? Il processo di crescita della psiche, chiamato anche individuazione: si tratta del fatto di crescere, realizzarsi, fare proprie alcune caratteristiche dell’adultità e scoprire il proprio posto nel mondo. Infatti in ogni fiaba troviamo un protagonista che parte svantaggiato (umili origini, orfano, ecc) e che attraverso mille avventure cambia profondamente e raggiunge molti traguardi: non è più ingenuo, non è più povero, sposa una principessa. E vissero tutti felici e contenti.

Se, citando Marie-Louise von Franz, autrice de Le storie che curano, tutte le fiabe mirano a descrivere un solo evento psichico, sempre  identico“, ovvero il processo di individuazione, ancora ci sorprende che ci siano elementi comuni all’interno delle fiabe in luoghi e culture anche molto distanti fra loro?

Ci sono fiabe che uniscono… le esperienze della psiche. Non siamo soli, dal polo nord al polo sud ogni essere umano deve affrontare i propri draghi per diventare adulto e realizzarsi.

L’INCONSCIO COLLETTIVO

Tutto questo è reso possibile dal fatto che i simboli dei miti e delle fiabe fanno parte dell’inconscio collettivo. Mi spiego meglio: non esiste solo un inconscio personale, quello che ormai tutti conoscono e sono in grado di accettare.

Carl Gustav Jung, coetaneo e collega del più famoso Freud, ha ipotizzato l’esistenza di un inconscio collettivo, ovvero un inconscio comune a tutta l’umanità. Le informazioni di questo inconscio si presentano come immagini, chiamate anche immagini archetipiche. E queste immagini indovinate un pò dove si trovano? Nelle fiabe e nel mito, per esempio.

L’inconscio collettivo è caratterizzato proprio dal fatto di essere comune in tutti gli esseri umani, li unisce. Per questo troviamo delle immagini e dei processi che si ripetono: il grande diluvio, la matrigna, il mago saggio, l’eroe, la scarpa, i draghi… Sono immagini che veicolano significati comuni.

FIABE PER GRANDI E PICCINI

Sotto gli elementi superficiali, la pelle, le usanze, le distanze, siamo tutti semplicemente umani, che cercano di svolgere al meglio i propri compiti per diventare adulti maturi, consapevoli e realizzati. Quando siamo bambini, le fiabe ci raccontano, in modo simbolico e diretto, come si fa. Non hanno bisogno di spigazioni per fare il loro dovere, sono immagini che il nostro inconscio collettivo già conosce (e ri-conosce).

E quando si cresce? E’ ancora lecito leggere le fiabe? E’ utile? Assolutamente SI. Un libro intenso (che decisamente non è per bambini) in cui sono presenti molte fiabe è il famoso Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estes. Consiglio sempre la lettura di questo libro, a uomini e donne indistintamente, anche se poi a leggerlo sono più le donne. Qui vengono approfonditi i simboli dell’inconscio collettivo e vengono narrate molte storie provenienti da molte culture diverse, che uniscono i processi psichici principalmente della vita adulta delle donne.

Per saperne di più: ad Halloween ho ripreso una delle fiabe racconte sul libro Donne che corrono coi lupi, La donna scheletro.

 

Uncategorized

Chi vuol essere Volontario

Fare volontariato significa donare spontaneamente parte del proprio tempo e delle proprie energie ad un progetto o un’opera di carattere sociale, senza scopo di lucro.
Ma quando si rivela veramente preziosa l’opera del volontario?

Non quando mancano i fondi per concretizzare un progetto importante.
Non quando non sappiamo come impiegare troppo tempo libero o vogliamo impegnarci in un’attività che “faccia curriculum”.
Non quando vogliamo salvare il mondo: nessuno di noi è Superman.
Certo, tutte e tre sono motivazioni valide, ma nella mia personale esperienza il volontariato diventa insostituibile quando dà un valore aggiunto che spesso trascende questi aspetti.

volontariato-beneficenza

Quando si è veramente disponibili a mettersi in gioco, in un contesto magari difficile, e lo si fa spinti da un tipo di motivazione che si chiama intrinseca, ossia che viene da dentro di noi, allora è possibile creare con le persone che stiamo “aiutando” una relazione autentica, che costituisce una buona base perchè avvenga uno scambio che il più delle volte è reciproco.

Provo a chiarire facendo un esempio. Da qualche anno faccio come volontariato attività di doposcuola con minori (preadolescenti).
Quando ad un certo punto scoprono che non vengo pagata, e che andare da loro non mi serve per ottenere crediti nè altro, rimangono spiazzati, senza parole, per ben… 5 secondi (e chi ha a che fare con i ragazzini sa quanto questo tempo, in realtà, sia lunghissimo!).
La mia stessa presenza serve a trasmettere loro un messaggio: che l’istruzione è importante, che qualcuno tiene al fatto che passino l’anno e che siano curiosi e consapevoli, nelle relazioni tra di loro, come per gli argomenti di scuola o di attualità.

7b99fa0f-6671-4742-809e-5c5da52ecbdd_large

Nel momento in cui questo messaggio implicito riesce a passare, cambia anche il mio lavoro con loro. Non devo più lottare contro i mulini a vento e cambia il mio ruolo ai loro occhi. Iniziano ad aprirsi, a considerarmi una risorsa per lo studio, e contemporaneamente si accorgono che nonostante la differenza d’età sono un essere umano, e così fioccano le domande sulla mia vita, e i racconti sulla loro.

Quando si viene a costruire questo tipo di relazione, diventa difficile anche capire chi sta aiutando chi; il volontario non ottiene un riconoscimento in denaro, ma diventa un essere umano estremamente più ricco.


Queste sono solo alcune considerazioni personali su un argomento molto attuale e che, evidentemente, mi sta a cuore. Se qualcuno ha esperienze e idee da condividere, vi prego di approfittare dello spazio dato dai commenti, altrimenti chi lo desidera può contattarmi anche in privato.
Grazie.

Uncategorized

Che Stress!

Oggi vorrei parlare di stress e andare un pò… controcorrente.

Molti già sapranno che Selye a partire dal 1936 ha studiato lo stress e osservato le reazioni che abbiamo per fronteggiarlo; si parla in questo caso di sindrome generale di adattamento.

neonato

Lo stress infatti non deve venire connotato in termini sempre negativi, può costituire per noi una importante attivazione, permettendoci di essere più attenti e vigili; mi riferisco ad esempio alla famosa reazione attacco o fuga di fronte a un pericolo, o al fatto che un certo livello di ansia, per uno studente, è utile a superare meglio un esame.

In questo modo possiamo fronteggiare al meglio gli ostacoli della vita e adattarci agli imprevisti. Come una pianta che si modifica in risposta alla siccità, come il giunco che nella tempesta si piega per il vento, ma non si spezza.

Attacco-o-fuga-300x229

Lo stress diventa negativo quando è eccessivo e invece di costituire una spinta a reagire, sia che si tratti della lotta o della fuga, finisce per bloccarci e farci stare male; si pensi in questo caso al burn out, una sindrome che si sviluppa nelle professioni soggette ad elevati livelli di stress.

Una cosa che però è davvero curiosa e di cui nessuno parla, si riferisce al fatto che l’evento stressante, il cosiddetto “pericolo”, è molto soggettivo.

gatto

Non solo uno stesso evento può essere avvertito in modo opposto da due persone diverse (es: una apparentemente piacevole gita al mare o in piscina di un gruppo di amici può essere considerata estremamente stressante e persino spiacevole… dalla persona del gruppo che non sa nuotare!), ma addirittura gli eventi che culturalmente e socialmente hanno un carattere positivo, di fatto possono generare un forte stress.

Quest’ultima considerazione è quella che va davvero controcorrente. Alcuni esempi si possono vedere nell’immagine seguente, tratta da una scala di eventi stressanti, in cui il massimo evento stressante è la morte del coniuge, con un valore di 100.

tabella holmes1

Eventi molto positivi come il matrimonio e la gravidanza hanno valori di stress molto alti, 50/100 e 40/100, e sono vicini ad altri decisamente negativi come il licenziamento, incidente o malattia personale, problemi di natura sessuale.

Concludendo: dallo psicologo ci vanno solo i pazzi, o le persone molto sfortunate?

A volte, no: anche una persona che stia vivendo un momento a lungo ricercato e voluto, può essere molto stressata e rischiare di non vivere la meritata felicità, a causa semplicemente dei cambiamenti grandi e spesso inaspettati che questo porta con sè.

Uncategorized

Storie che curano: i miti e le fiabe

«Non è l’uomo che va curato ma le immagini del suo ricordo, perché il modo in cui ci raccontiamo e immaginiamo la nostra storia, influenza il corso della nostra vita»

Si tratta di una frase di James Hillman, psicanalista junghiano, all’interno del suo libro “Storie che curano”. Secondo la teoria di Jung (inizialmente amico e allievo, poi rivale di Freud) esiste un inconscio collettivo, in cui ogni uomo condivide immagini e rappresentazioni simboliche con la sua cultura di riferimento; queste immagini vengono chiamate archetipi. Gli archetipi sono quindi immagini ereditate dagli antenati e si rivelano di grande importanza non solo nei casi di psicopatologia, ma anche nella vita quotidiana, poichè possono influenzare la nostra interpretazione della realtà e quindi il nostro comportamento.

fb_img_1452024662663
Apollo e Dafne, statua del Bernini

Hillman in particolare studiò gli archetipi all’interno dei miti. Da un lato, dai miti  possiamo ricavare dei messaggi che riguardano lo sviluppo dell’essere umano e della psiche. Lo stesso Freud infatti utilizzò l’Edipo Re, opera che parla del tabù universale dell’incesto, per spiegare la sua teoria chiamata complesso di Edipo, per cui la maturazione del bambino passa attraverso l’identificazione col genitore del proprio sesso e il desiderio nei confronti del genitore del sesso opposto. Dall’altro, Hillman considera la psicoterapia come un processo di presa di coscienza  del  proprio  mito  personale,  il  quale  nasce  dall’inconscio  collettivo  e  si  caratterizza atraverso i nostri sogni, i sintomi, i ricordi.

Dal mito deriva la fiaba; le fiabe popolari sono il ricordo dell’antica cerimonia del rito d’iniziazione, durante il quale veniva  festeggiato  il  passaggio  dei  ragazzi  dall’infanzia  alla vita  adulta.  Essi dovevano superare numerose prove per dimostrare di saper affrontare da soli le avversità e quindi di meritare l’ingresso nella nuova comunità. Non a caso, le fiabe hanno come tema proprio il processo di individuazione, ovvero il passaggio all’età adulta e il distacco dai genitori.

Marie-Louise von Franz è stata una psicoanalista svizzera, allieva e collaboratrice di
Carl Gustav Jung, e ha esplorato a fondo gli archetipi nelle fiabe; ecco cosa scrive nel suo libro “Le fiabe interpretate”, in riferimento al tema dell’individuazione:

«Dopo aver lavorato per molti anni in questo campo, sono giunta alla conclusione che tutte le fiabe mirano a descrivere un solo evento psichico, sempre  identico,  ma  di  tale  complessità,  di  così  vasta  portata,  e  così  difficilmente riconoscibile da noi in tutti i suoi diversi aspetti, che occorrono centinaia di fiabe e migliaia di versioni, paragonabili alle variazioni di un tema musicale, perché questo evento penetri alla coscienza (e neppure così il tema è esaurito)»

danimarca-copenaghen-la-statua-della-sirenetta-collocata-allingresso-del-porto
Statua della Sirenetta a Copenaghen

Von Franz, inoltre, paragona la fiaba ai sogni:

  • al pari del sogno, la fiaba è una rappresentazione simbolica di un determinato problema;
  • come un sogno, la fiaba è fatta di una trama, di personaggi e di simboli che, per essere interpretati, devono essere amplificati;
  • come le immagini di un sogno possono essere considerate lati del sognatore, i vari personaggi di una fiaba possono rappresentare tratti della personalità dell’eroe: ad esempio, quando in una fiaba una donna incontra una strega, incontra anche i suoi lati stregoneschi.

Queste sono le storie che curano: messaggi, tramandati attraverso l’inconscio collettivo, che si fanno portatori del sapere e della saggezza di una determinata cultura e società, e attraverso i miti, le fiabe popolari, e i nostri stessi sogni, suggeriscono al singolo individuo una morale, un ammonimento o una soluzione. Così le vecchie storie non sono solo per bambini, eppure è importante che i bambini le apprendano. Vorrei concludere con una citazione presente in “Guarire con una fiaba” di P. Santagostino:

«Da un’analisi attenta delle fiabe si vede che in esse non ci sono solo bambini,  ma  anche  giovani,  ragazzi,  adulti  e  vecchi,  quindi  le  fiabe preannunciano  le  future  tappe  dell’esistenza,  con  le  difficoltà  che  si potranno presentare e le maniere in cui superarle. In questo senso le fiabe sono per i bambini un corso completo di formazione alla vita»

Uncategorized

Quando il dolore diventa testimonianza

Recentemente mi sono imbattuta nel lavoro di un fotografo, Daniele Deriu, che mi ha molto colpita. In un contesto come quello attuale, in cui i fotografi vanno quasi “a caccia” delle modelle più belle e vige il culto della bellezza, qui si può ammirare un tipo di bellezza molto diverso.

E’ una bellezza che parla di coraggio, speranza, lotta e rinascita. Ogni fotografia racconta una storia, nel senso più autentico del termine. Posto di seguito la presentazione del suo album fotografico, trovato su facebook.

fb

La memoria del corpo, nostra prima dimora e tempio di vita, viene trattata con garbo, ma senza tabù. Sono storie commoventi e che possono far riflettere. Mi limito ora a riportare qualche esempio.

 

12122597_1783448785215368_1334496703061856640_n
Giorgia, Endometriosi IV stadio

«La gente mi chiede in continuazione “come stai?” Ho 32 anni ed ho già subito due laparotomie e c’è una laparoscopia in preparazione per la fine dell’anno. Ho perso la possibilità di diventare mamma e i farmaci che prendo mi fanno venire le vampate. Convivo con il dolore, ma ho tanti giorni buoni e sono anche follemente innamorata del mio compagno. Lui trova le mie cicatrici sexy. Forse lo dice soltanto per farmi stare meglio con me stessa e la cosa strana è che funziona. Sapete una cosa? Io sto bene.»
“I’m fine”, 2015 © Daniele Deriu – “Scars of life”, series.


10926332_1783448918548688_9094497193380420344_o
Anna, sindrome da Autolesionismo Ripetuto

«Le lesioni che mi infliggevo avevano il potere di calmarmi, di rendermi quieta. Segnavo delle strisce sul braccio come un prigioniero segna il tempo che passa sulla parete. Sette. Uno per ogni giorno della settimana. Per ogni segno potevo lavorarci ore. Ogni lunedì riprendevo d’accapo e i segni diventavano solchi. Poi ho trovato il coraggio di parlarne con qualcuno, di farmi aiutare… ed è stato allora che ho iniziato a battermi. Adesso mi voglio bene e non permetto a nessuno di farmi del male, nemmeno a me.»
“Seven days”, 2015 © Daniele Deriu – “Scars of life”, series.


12190898_1786963841530529_3686569093549139291_n
Masha, tumore della tiroide

«Ho diverse cicatrici, ma la mia preferita è questa. Arriva da una operazione complicata dove ci stavo lasciando le penne. Adesso si nota appena, ma l’adoro. Vedete, io sono una di quelle persone che sorride raramente. Più per timidezza, che altro. Mi irrigidisco e non mi viene proprio da piegare le labbra. Ma adesso, a tutti quelli che mi chiedono della cicatrice, dico che è la mia anima che cerca di sorridere.»
“the smile”, 2012-15 © Daniele Deriu – “Scars of life”, series.

 

Ogni fotografia viene accompagnata da alcune frasi rappresentative della persona interessata, della sua condizione (passata e presente), dei suoi stati d’animo e pensieri. Questo nella mia personale opinione rende un simile lavoro particolarmente interessante; si tratta di donne che hanno voluto raccontare la loro esperienza, fatta di malattie fisiche e psicologiche, le quali hanno però avuto un impatto anche sul corpo, come a ricordarci la stretta connessione mente/corpo e di quanto può essere potente la forza delle nostre emozioni, nel bene e nel male.